Dal mio Libro: "Scusate ma io la penso così"
Solitamente il titolo di un libro o di un capitolo ne riassume i contenuti; e mi rendo ben conto che non è questo il caso che - più degli altri - ha raggiunto lo scopo.
La tematica che mi accingo ad affrontare, al momento, può presentare i caratteri tipici di una teoria o di un pensiero filosofico; ma ben presto, illustre Lettore, si renderà conto che non è proprio così.
Per introdurre le mie argomentazioni prendo in prestito un esempio fatto da Seneca: il duello tra sorte e virtù.
Il filosofo stoico immagina un perenne duello tra la sorte e la virtù, che comunque si conclude sempre con un unico risultato: la indiscussa vittoria della sorte ai danni della sorte, sempre perdente.
Per Virtù è qui da intendersi qualcosa che ci appartiene tanto che nessun uomo al mondo, o nemmeno un avverso destino può toglierci, una volta concesso; per contro, è da considerarsi Sorte tutto ciò che la vita può tanto concederci quanto subdolamente revocarci, nel caso di evidenti abusi.
Sono, quindi, beni concessi dalla virtù l'intelligenza, la bellezza, il colore degli occhi o dei capelli ecc.; ed è comprensibile perché nessuno al mondo può privarci di queste doti che nemmeno la morte può toglierci, atteso che restano inevitabilmente nei ricordi dei posteri: passeranno secoli, millenni, ma si continuerà, infatti, a dire che Leopardi era gobbo, mentre Cleopatra era bellissima.
La sorte, invece, ci concede delle opportunità, delle occasioni che possiamo anche vederci sfuggire di mano. La sorte ci da la possibilità di dirigere un istituto di credito, di diventare Magistrato o di ricoprire altre cariche di prestigio; ma, nel caso di evidenti abusi, anche una simile opportunità ci può essere revocata.
L'esempio più significativo, sul punto è dato da un caso che Seneca, ai suoi giorni, non poteva neppure immaginare: il bancomat.
La banca - le banche - concedono a tutti i loro creditori l'utilizzo di questa tessera; ma, nel caso di eccessivi o smodati prelevamenti, l'istituto di credito blocca il tesserino, proibendoci in tal modo un futuro e comunque smodato utilizzo.
Analogamente fa la sorte con noi: ci da l'opportunità di realizzare qualche sogno che accarezziamo da tempo; ma, ove dovessimo abusarne, ci vedremmo inevitabilmente privare della opportunità conferitaci in precedenza. Di esempi del genere potrei farne a iosa; ma è comunque comprensibile come e perché tutto ciò accada.
E' ad ogni modo comprensibile perché nel perenne duello tra virtù e sorte quest'ultima registri solo sconfitte.
Data la natura subdola propria della sorte, ci dovremmo attivare - o comunque fare in modo - per non farci ricusare poi ciò che sulle prime essa ci è concesse; come raggiungere questo scopo? Ebbene, saranno la nostra intelligenza e la nostra furbizia a suggerirci il come, a seconda dei casi.
Altra circostanza che voglio qui mutuare da Seneca è data dal Piacere e dall'utilizzo che spesso se ne fa.
Il piacere, a dire di Seneca, ci spinge soltanto a condurre una vita smodata, molle e comunque insignificante, ovvero priva di tutti i vantaggi che, invece, ci provengono da ogni forma di fattivo attivismo; il piacere ci spinge verso una vita da ignavo; fa di ognuno di noi un piccolo Sardanapalo.
Il piacere è, in ogni modo, qualcosa da non evitare assolutamente; perché apporta pur sempre un qualche vantaggio alla nostra esistenza; che, se ne fosse totalmente priva, diventerebbe sterile, monotona o forse addirittura invivibile.
Il piacere, secondo Seneca, ma anche sulla base di una logica il più oggettiva possibile, deve svolgere - nella nostra vita - un ruolo aggettivale e non sostantivale; deve essere un complemento, anzi, il complemento della nostra esistenza in vita e non soltanto l'unica ragione per cui è giusto vivere; e crescendo, così, all'ombra di una vita attiva, esserne il suo completamento, ovvero, la pausa benevola che sappia far recuperare il benessere delle ottimali condizioni psico-fisiche al soggetto interessato.
Grazie