Mi Descrivo

domenica 18 maggio 2008

FINE DI UN MITO

Questo è l'elaborato che ho inteso abbinare e pubblicare con l'altro In ricordo di un Professore, la cui lettura, sempre in questa pagina, è doverosamente propedeutica a quella di questo scritto.
Ovviamente, parlo sempre di Mio Padre.
Grazie

I primi giorni del nuovo anno 1985 vengono ricordati ancora oggi come un periodo di grandi nevicate per un paese che, posto ad appena 213 m.s.m., non è avvezzo a tale tipo di eventi. Era il 10 Gennaio 1985, appunto, e mio Padre, come da sette anni ormai, mi accompagnò alla stazione di Sessa perché raggiungessi Napoli in treno, e quindi l'Ufficio.Egli insegnava Scienze al Magistrale " Taddeo da Sessa " di Sessa Aurunca (CE), e si recò quel mattino a scuola, verso le 9.00, nella speranza di poter fare lezione, dopo la pausa natalizia e dopo la sospensione delle stesse [lezioni] a causa delle nevicate dei giorni precedenti, ma fu tutto inutile: i ragazzi erano ancora impediti dalla neve (specie a Roccamonfina e zone limitrofe) e non erano presenti in classe.Nell'impossibilità di lavorare,mio Padre, quindi, ritornò a casa. Avevamo a quel tempo una camera oscura attrezzata financo per la stampa a colori di diapositive, con materiale sensibile di ogni tipo. Vista, a tal punto, la rarità dell'evento nevoso, Egli ben pensò di caricare la Olympus OM10 e fare qualche fotografia: erano le ore 10 / 11 del 10 Gennaio 1985, ed a qualche curioso di passaggio egli diceva: "sto facendo queste riprese perché chissà quando un altro evento simile si vedrà nella nostra zona; è una cosa caratteristica che voglio ricordare!" Io ero in Ufficio a Napoli.In mattinata, poi, era finito a Marano di Napoli, paese di mia moglie, uno dei fratelli di mia suocera e mio Padre, tanto premuroso nel darle le condoglianze per telefono, si preoccupò di avvertirla che in serata si sarebbe doverosamente portato a casa sua per essere ivi fisicamente presente.Tutto a tal punto faceva pensare ad una tranquilla giornata di una persona che viveva tranquillamente i suoi sessanta anni; la guida dell'auto...persino quella......era stata tranquilla e pure le foto (che vedrete !!) sono perfettamente inquadrate e messe a fuoco, anche quelle riprese col 135 mm.Verso le 14.00, la comparsa di un leggero ma strano formicolio al braccio sinistro lo pose in allarme, tanto da fargli contattare un amico cardiologo in un paese vicino: questi lo rassicurò, ma il tempo necessario a coprire in auto gli appena 11 km di distanza non bastarono allo specialista per fargli trovare il suo amico in vita: in pratica, mio Padre era già morto.Alle 16.00 rientrai anch'io da Napoli; non lo trovai in stazione a Sessa; telefonai a casa, ma nessuno me lo volle passare a telefono.Immaginai tutto e poi, varcando la soglia di casa, mi resi conto che la mia immaginazione altro non era che la nuova, amara realtà.La mia gratitudine verso Questa Persona non può relativizzarsi solo e soltanto al fatto di essere stato da Lui concepito; e che quindi stiamo parlando di Mio Padre, ma a tutto ciò che è stato per me; anzi, a tal uopo dirò, senza entrare nei vari meriti, che molte sue "profezie" sulla mia persona e su ciò che avrei potuto o non potuto fare, si sono realizzate davvero, come l'inizio della carriera universitaria o l'esperienza giornalistica... che ho iniziato da poco.Anche le bestie vengono concepite e concepiscono a loro volta, ma può verificarsi, per una ragione qualunque, che tra di loro, due esemplari non si riconoscano più, arrivando persino a sbranarsi.E' pur vero che negli ultimi tempi anche le "umane belve" siano arrivate a tanto; ma io, per parte mia, discostandomi da queste bestiali rarità, non devo grazie a Lui per il solo fatto di essere stato (ed essere) la radice della mia stessa esistenza per l'esiguo tempo del concepimento; ma per essere stato, per i restanti giorni della Sua esistenza, tutto per me, la mia aria, le mie pupille; e non so ricordare quei momenti se non con gli occhi bagnati. Fummo, insomma, per il tempo che la sorte ci ha tenuti vicini, l'uno l' Alter Ego, dell'altro .

A perenne ricordo

IN RICORDO DI UN PROFESSORE

Illustre Navigatore, questo è il primo dei due elaborati ( L'altro elaborato titola Fine di un Mito ) che ho inteso qui pubblicare insieme, a memoria del Mio Caro ed indimenticabile Padre;
anche se entrambi i testi sono già parte integrante del mio sito, raggiungibile, peraltro, anche da questa stessa pagina, selzionando il link relativo.
Ad abbundantiam ?? Si !! Ma, mi sia consentito dire.... sono questi ricordi che ......
non passano Mai.
Grazie !!!

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Gaetano Bovenzi è stato fino a poco tempo fa il "Professore-Amico" di noi alunni.Improvvisamente la morte ce lo ha portato via, senza darci il tempo di salutarLo per un'ultima volta.Il nostro rapporto con Lui era amichevole, allegro, ma soprattutto sincero. Io lo conoscevo da poco tempo eppure mi sembrava di conoscerLo da sempre. Era una Persona simpatica, cordiale, ispirava rispetto. Io, per la verità non L'ho mai considerato un Professore, ma un amico che ci insegnava tante cose utili; ed infatti, oltre agli esperimenti di chimica, ci ha impartito vere e proprie lezioni di vita di cui io farò tesoro in memoria del Suo ricordo.Ma ciò che mi rende realmente triste è l'indifferenza con cui è stata accolta la Sua morte.Siamo arrivati al punto di non saper più trattenere un sentimento nel cuore; il nostro animo è quasi inaridito. Ma con questo non voglio dire che dobbiamo ribellarci alla morte, ma non dobbiamo neppure ignorarla. Ma, per concludere, voglio esprimere un ultimo pensiero in memoria dell'Amico Gaetano Bovenzi:Caro Professore, grazie per essere esistito !!!!
Noi non La dimenticheremo !!!!!
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Nota: Articolo pubblicato su di un quotidiano dell'epoca a cura di un'alunna della Classe 2' C dell' Istituto Magistrale Statale "Taddeo da Sessa" di Sessa Aurunca (CE), nell'anno scolastico 1984 / 85; e, se queste parole sono state davvero dettate dal cuore, io non posso far altro, per parte mia, che scomodare il Foscolo e dire con Lui:
"Sol chi non lascia eredità di affetti / poca gioia ha dell'urna".
Grazie

giovedì 8 maggio 2008

MATEMATICA E SENECA: BINOMIO PERFETTO

Dal Mio Libro: "Scusate ma la penso così"


( Ovvero: cultura si, ma anche conoscenza dei suoi effetti sulla nostra mente )
Nel nostro metodo di studio
Le api ci possono essere
di esempio.
(Anneo Seneca)
La cultura smussa
Le spigolosità della mente.
(Dott. Gaetano Bovenzi)


Se è vero che dalla cultura deriva la formazione della nostra mente e la liberazione dalla oppressione che deriva dall'ignoranza; è altrettanto vero che dovremmo essere messi in condizione di sapere ciò che la cultura opera nella nostra mente. Ma questa cosa non sempre accade.
Questo aspetto della faccenda è di vitale importanza perché gli animali - ad esempio - sanno per istinto come organizzare il loro essere in vita; gli esseri umani no.
Le rondini già sanno - seguendo il solo impulso naturale - come costruirsi il nido e dove reperire il materiale adatto al loro scopo, senza aver frequentato alcuna università e senza avere conoscenze specifiche; l'uomo, invece, non è capace di fare altrettanto, in molti casi nemmeno dopo adeguati studi.
Ciò che manca al mondo animale - in pratica - è la sola capacità di prefigurarsi il prodotto finito; perché, tornando al precedente esempio, le rondini - quando decidono di costruirsi il nido - non sono in grado di immaginare come verrà, se sarà confortevole, grande oppure no: seguono il loro istinto e basta.
L'uomo, invece, pur capace di pianificare il proprio lavoro e di prevedere il prodotto finito dell'opera che si accinge a realizzare, ha bisogno di una specifica formazione, in mancanza della quale è incapace di fare alcunché.
E' questo il processo di formazione che definiamo cultura; ed è sempre questo l'iter che ci mette in condizione di poter fare al meglio ciò che desideriamo fare.
Se di un medicinale ci preoccupiamo di saperne gli effetti benefici sulla nostra salute, informandoci dal medico, dal farmacista o leggendo il bugiardino allegato alle singole confezioni; altrettanto dovremmo fare per la cultura.
Ma, nella maggior parte delle volte, seppure venissimo da studi matti e disperatissimi, difficilmente potremmo venire a conoscenza di ciò che la cultura ha prodotto nella nostra mente.
Se Seneca, ovviamente, non ha bisogno di commenti, dirò che in questa frase, per me una massima, coniata umilmente da Mio Padre, c'è tutto il senso del discorso che qui mi accingo a fare; perché la cultura ci trasforma, anche se non sempre siamo in grado di capire come.
Essa ci fa sentire diversi; ci modifica nei comportamenti; ci migliora; ma non sempre ci è dato sapere degli effetti benefici di questo importante processo di trasformazione, perché nessuno ci mette in condizione di saperlo: in altre parole, in molti casi, nessuno ce lo dice.
Chi studia Legge, ad esempio, fa soltanto esami di diritto; acquisisce si la cultura e la mentalità giuridica utile per la sua carriera forense, ma solo quella; analoga cosa accade a chi studia filosofia, architettura, medicina, musica, educazione fisica ecc.
Insomma, tutti gli studenti di ogni singola disciplina vengono indirizzati solo e soltanto nello specifico campo della facoltà prescelta; per carità, vengono messi in condizioni da diventare degli eccellenti professionisti nel loro specifico; ma, in quanto al processo di trasformazione cui è stata sottoposta la loro mente ad opera della cultura, c'è il vuoto totale, mentre potrebbero bastare, a mio avviso, non più di una diecina di pagine per fare luce in questa che, secondo me, è una vera e propria "zona grigia" della nostra persona, ovvero, della nostra mente comunque "addottorata"; in altre parole per far sì che ognuno sappia ciò che accade nella sua mente nell'aprire un libro e nell'approfondirne i contenuti.
Perché io stesso, fintantoché non mi accinsi allo studio della Sociologia Generale per un esame da sostenere nella Facoltà di Scienze Politiche alla Federico II, avevo molte domande in sospeso, tra cui questa; molti dubbi insoluti a cui non riuscivo a dare valide e positive risposte.
Sin dai tempi della grecità classica ci si convinse che la virtù sia conoscenza e fu perciò ritenuto infelice e mentalmente schiavo di tutti l'uomo qualunque, laddove solo il sapere è capace di rendere davvero liberi gli uomini dalla oppressione che deriva dell'ignoranza.
Fu Platone a dare colore e movimento a questo dogma, nel famosissimo Mito della Caverna
[1].
Non importa cosa si studi; perché l'importante è studiare.
Un valido sostegno a questa tesi ci viene da Anneo Seneca il quale paragona il nostro metodo di studi alle api. Seneca sostiene, infatti, che, se di questi insetti noi possiamo apprezzare e gustare solo il frutto del loro laborioso lavoro; mai potremo mai ed in nessun modo risalire ai fiori a cui essi sottrassero la materia prima che, a sua volta magistralmente elaborata, ci restituisce il dolcissimo miele.
Analoga cosa accade alla nostra cultura; non è necessario sapere cosa si sia approfondito nello studio o cosa si sia studiato; perché il prodotto finito è sempre uno ed uno soltanto: un soggetto perfettamente socializzato, in ragione dei modelli comportamentali acquisiti con lo studio.
E ad analogo procedimento affidiamo, ad esempio, le sorti della nostra stessa sussistenza. Ed infatti, nulla importa ciò che a pranzo od a cena mangiamo; perché tutto si trasforma, poi, in energia e forza vitale.
Non vuole essere questo mio elaborato un elogio alla Sociologia Generale, che è poi la Disciplina che mi ha aperto la mente al discorso che sto facendo; ma, traendo da essa gli spunti più importanti per mio discorso, intendo dare un senso al mio parlare.
Il neonato, ovvero quel soggetto che Platone, come abbiamo visto, pone all'interno di una caverna e con il volto rovescio verso il suo interno, nasce privo di modelli comportamentali; e, diversamente da tutti gli animali
[2], non riesce a provvedere al suo sostentamento.
Non soltanto non lo è per il fatto di essere infante; perché, anche crescendo, difficilmente si viene a trovare in una situazione ottimale di autonomia mentale; e gioveranno allo scopo in primis l'imprinting familiare e poi il processo di socializzazione che ne deriveranno dall'ambiente a lui circostante oltreché dalla cultura che andrà ad acquisire e da cui trarrà i modelli comportamentali utili alla formazione della sua stessa personalità.
Come ho detto, non è quindi importante sapere la derivazione del modello comportamentale acquisito; ma lo è la sua stessa acquisizione.
Facendo studiare solo medicina, solo diritto o solo ingegneria avremo un bravo medico, un ottimo avvocato oppure un eccellente ingegnere, ma non altro.
Ciascuno di essi si sentirà cambiato, tanto nei pensieri quanto nei comportamenti, anche rispetto a se stesso se guarda retrospettivamente ai suoi anni passati; ciascuno si sentirà e si vedrà diverso dall'uomo qualunque che incontra per strada; ma, in quanto alle origini di questa evidente diversità che lo riguarda più che mai da vicino, non sa dare una valida e positiva risposta.
Studio della matematica, ovvero di tutte le altre discipline si, perché è bello ed importante il sapere, mentre sono belle ed importanti tutte le discipline; ma, in ogni caso, coniugare matematica e Seneca
[3] ad un tempo perché il binomio sia perfetto; perché ciascuno possa essere messo a conoscenza di ciò che la cultura acquisita ha davvero prodotto nella sua stessa mente.

Grazie

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[1] L'uomo, che, secondo Platone, sin dai suoi primi vagiti viene posto in una caverna con il volto girato verso l'interno della stessa, acquista valore solo se, uscendo dalla grotta, viene a conoscere il mondo esterno ad essa, nella sua globalità. La virtù consiste, secondo Platone nel saper oscillare - dell'uomo - tra due rientri rappresentati dal desiderio di voler uscire dalla caverna quando ci si è dentro; e dal desiderio di volerci ritornare quando si è fuori da esse.
[2] Gli uccelli sanno per istinto come costruirsi il nido.
[3] Intendendo con ciò anche la sola citazione da me fatta in questo elaborato e la relativa spiegazione.

lunedì 5 maggio 2008

LE MASSE TRA L'INFERNO ED IL PARADISO CITTADINO: IL NULLA

Dal Mio Libro: "Scusate ma la penso così"

Il Sociologo spagnolo Ortega & Gasset definisce la città come un misto di inferno e paradiso capace di “annullare il diritto ad una certa dose di silenzio” oltre che a promuovere “l’apoteosi del collettivo e la distruzione del privato”; mentre Freud, padre della moderna psicanalisi, ha studiato, fra l’altro, la psicologia delle masse ed analizzato l’io individuale.
Non è certo di Freud che qui intendo parlare anche perché non ne sarei certamente all’altezza; ma si licet exemplis in parvis grandi bus uti[1].
Voglio qui soltanto trarre spunto da insegnamenti del genere per esaminare, sia pure alla stregua delle mie modeste conoscenze, alcuni comportamenti dell’uomo, preso singolarmente ed all’interno di un contesto sociale.
E’ detta “massa”, quell’insieme informe di persone che, abbandonate le proprie attitudini, le proprie vocazioni ed interessi personali, entrano a far parte di un gruppo e si rispecchiano in esso; ed anzi sono felici solo e soltanto se riescono ad emulare, in ogni caso, gli altri membri del gruppo stesso per immedesimarsi poi in ciascuno di loro.
Può sembrare lapalissiana questa affermazione; ma ogni gruppo, per essere tale, deve essere composto necessariamente da un “capo[2]”, idoneo a decidere i comportamenti del gruppo stesso e dai membri che devono gioco forza adeguarsi ad essi [comportamenti] pena la esclusione dal gruppo stesso[3].
Le Bon, psicologo francese, sostiene, ad esempio, che,
per il solo fatto di essere parte di una massa, l’uomo discende molti gradini della scala della civilizzazione. Se quindi preso da solo esso era forse un uomo civile, nella massa diventa un istintivo e perciò un barbaro. Egli acquisisce dal gruppo la spontaneità, la violenza e la ferocia ma anche l’entusiasmo e l’erotismo degli esseri primitivi.[4]
Da uno studio condotto dal Prof. J. Rancière emerge che, al pari di un mytos platonico in cui i poveri[5] non rappresentano alcuna categoria sociale ben definita, ma un mero rapporto sociale con la non-verità, sono da considerarsi “poveri” tutti quelli che parlano da ciechi perché il fatto stesso di parlare è per loro un avvenimento. Sono tutti quelli che si ostinano a scrivere ed a parlare degli altri ed a raccontarsi. Perché l’ostinazione è il difetto frequente di chi fa tutto ciò che non ha motivo di fare.
I poveri, quindi, parlano stonato perché non hanno motivo di parlare.
I poveri, nell’accezione che qui stiamo dando al termine, rappresentano il rovescio del giusto oggetto di sapere, ovvero le masse.
La massa è composta da esseri viventi che parlano troppo, per il più delle volte a sproposito, cioè fuori luogo, fuori verità all’interno, cioè, di una zona grigia senza spazio né tempo. Si tratta di parole fuori luogo, quindi, per definizione insensate.
Nel sedicesimo capitolo del primo libro degli Annali, Tacito parlò di un avvenimento sovversivo – la rivolta delle regioni della Pannonia – sobillate, dopo la morte di Augusto, da un agitatore di folle a nome Percennio; il quale, per quello che socialmente e culturalmente era a dire del racconto di Tacito, avrebbe fatto molto meglio a stare zitto. Ma il Poeta ugualmente gli da voce e la sua parola riesce, comunque, a persuadere i presenti che lo ascoltano.
Le argomentazioni addotte da Percennio non sono né vere, né false; ma sono soltanto dette da una persona il legittimata a parlare; perché non è certamente compito di una persona del suo rango pensare ed esprimere il proprio pensiero. La parola dell’uomo del popolo è, per definizione, priva di senso, priva di profondità; e, pertanto, non può essere presa in alcuna seria considerazione, al di la di quello che eventualmente potrebbe apparire. Percennio parla senza parlare ed il grado zero della sua parola è incollocabile sia nel passato sia nel presente e né tampoco nel futuro; ed il suo discorso, nonostante sembri sensato, praticamente non lo è e risulta inconcludente nel rapporto tra significato e verità, ovvero tra il dire del fatto storico ed il dire che esse raccontano.
L’omogeneità apparente del discorso di Percennio contraddice persino la eterogeneità dei soggetti che riesce a mettere in scena; ovvero, il soggetto parlante – ovvero Percennio – riesce a contraddire, parlando, persino le sue stesse dichiarazioni.
Le masse hanno il loro idolo in Percennio; le masse parlano a vuoto perché, per loro, il solo fatto di formulare un pensiero, sia pure inconcluso ed inconcludente, è già una grande conquista, una forma di rivalsa sull’altro. Ogni avvenimento che riguarda gli esseri viventi può, anzi deve, essere collocato entro una dimensione spazio-temporale; ma la parola dell’uomo qualunque come Percennio non è comunque in grado di fare ciò; in quell’essere capace di conferire persino un significato diverso, se non diametralmente opposto, alla vera realtà dei fatti. Essa si colloca per forza di cose entro una terza dimensione rappresentata dal non-luogo.

Le masse sono formate da uomini qualunque, incolti, privi di modelli comportamentali che vivono di sé e per sé, felici nella loro ignoranza, secondo lo schema del Rousseau, all’interno di un segmento tutto loro, avulso dal restante mondo che li circonda; felici si, ma infelici ad un tempo stesso, perché relegati a guardare il fondo della caverna in cui sono mentalmente rinchiusi, senza possibilità di scampo, per dirla con Platone.
In una posizione diametralmente opposta alla inoperosità delle masse trovano posto le persone socialmente integrate, capaci di fare degli altrui problemi un loro problema; che si nutrono del tessuto sociale che li circonda.
Se è dunque vero che la virtù è conoscenza; se è vero che l’ignoranza ci relega mentalmente nel fondo di una caverna dalla quale è possibile uscire solo attraverso la cultura, le masse sono perenne ostaggio della inettitudine, nell’inferno ad essa circostante. Ben altra cosa è il paradiso che ci viene offerto dal sapere; anche se, alla luce delle sproporzionate dimensioni delle umane conoscenze, tutto che ci sarà possibile apprendere altro non possono essere – pur sempre – che un piccolo segmento del tutto.
Se anche Socrate, parlando di se stesso, fu costretto ad ammettere scio me nihil scire, pur essendo la persona più dotta dei suoi tempi è giusto che ognuno di noi abbia la giusta consapevolezza delle proprie umane limitazioni; ma è altrettanto necessaria la presenza di quella giusta dose di sapere che ci permetta di evitare la prigionia mentale che deriva dalla sua assenza.
Se esiste un inferno ed un paradiso mentale, individualistico e personalissimo che ci segue, come un’ombra, ovunque andiamo; esiste un altro inferno ed un altro paradiso che presentano una connotazione puramente olistica: la città che, a dire del già ricordato Ortega & Gasset , è un misto di inferno e paradiso.
Laddove per inferno è da intendersi lo smog, la delinquenza il traffico, insomma la invivibilità tipica di molte grandi città; ed il paradiso è invece dato dal grande numero di servizi disponibili persino sotto casa.

Grazie
[1] Giacomo Leopardi in una dedica ad Andrea Mustoxidi.
[2]Detto “leader d’opinione”.
[3] Si pensi ad esempio ad una persona che, pur dotata e rispettosa di sani principi morali, voglia entrare a far parte di una banda di criminali: o si adegua alla condotta di quel tipo di gruppo od inesorabilmente ne esce fuori. Tertius non datur.
[4] Op.Cit., p.19.
[5] Ovvero le masse.

domenica 4 maggio 2008

NEL SOTTOSCALE UNEP TRA L'AMIANTO DELLA GIUSTIZIA

La Guerra nell'Ospedale della Pace !!!!
Ovvero Le morti bianche nella Giustizia: tutti sannno ma nessuno se ne preoccupa

Dal Mio Libro:
Io Coadiutore dell'
Ufficio Notifiche

Era trascorsa al massimo una settimana dalla mia assunzione ed ero in Ufficio, quando si avvicinò un Amico-Collega, esponente sindacale della C.I.S.L., il quale, con fare furtivo e circospetto, di colui che intende nascondere qualcosa o nascondersi a qualcuno, mi invitò a firmare un modulo... ed a fare presto; mentre io, insospettito da tanto frettoloso nicodemismo, non ostante la nostra atavica amicizia personale, indugiai comunque un pò prima di decidere; ed alla fine firmai: era, in pratica, la delega per l'inscrizione a quel Sindacato.
Con calma, in un secondo momento, chiesi spiegazione, nel tentativo di fugare i miei dubbi; e la risposta fu tanto "secca" quanto "crudele": "dobbiamo lottare per la statalizzazione !!".

Così ho introdotto il capitolo in cui ho parlato della mie esperienza sindacale all'interno dell'Ufficio notifiche; così si introdusse la mia attività lavorativa come impiegato
Luogo è d'inferno detto Malebolge? No: Luogo è d'inferno detto Unep!
Era l' a.D. 1978, e dal 20 Marzo ero in servizio nell'Ufficio Notifiche penali della Corte di Appello di Napoli; i locali occupati da quell'Ufficio, come tutti gli altri dell'Unep (civile, esecuzioni, protesti ecc,) erano posti sotto i porticati di Castelcapuano, negli spazi in cui i Signori che abitarono quel palazzo facevano dormire le loro bestie.
Non erano stati minimamente ristrutturati e mantenevano impietosamente intatta la loro quiritaria natura di stalla, solo ripulita nel tempo dai resti degli animali che le abitarono.
Piccole scrivanie, quindi, affastellate l'una sull'altra e sporche tanto da insudiciare persino gli indumenti di chi doveva utilizzarle per lavoro; mobiletti che vagamente ricordavano quelli metallici in uso in altri uffici (cancellerie incluse) e dati in prestito all'unep da qualche altro ufficio di settore che a sua volta li aveva sostituiti con degli altri.
Erano anch'essi sporchi ed impolverati e gli atti in essi contenuti dovevano essere prima ripuliti dalla polvere e poi essere lavorati.
Il tutto avveniva sotto gli occhi di un Caron dimonio
[1] che controllava anche le volte in cui andavi in bagno pur di costringerti al lavoro; anche se, allo scopo, non mancavano frasi del tipo "se non ti conviene te ne vai", come se fosse facile rinunciare - allora come ora - ad un sia pur esiguo posto di lavoro.
Dopo tanto penare, lo stipendio mensile dell'operatore (ex amanuense) era di appena 178.000 lire, pagate in due fasi e, che, nel caso di malattie, scendevano ulteriormente, come documentato dalla consegna della cosiddetta Busta Rossa.
Questo nella migliore delle ipotesi; ma potevano anche capitare mese (in Agosto sempre !!) in cui non c'erano stati incassi e quindi venivano ritardati i pagamenti.
In quello stesso anno 1978, capitò proprio a me, di non aver ancora recepito - il 5 settembre - lo stipendio
[2] (??) di Luglio; e di avere un sonoro rimprovero allorquando mi accinsi a chiedere il permesso per recarmi a più di due Km.[3] dall'ufficio per l'ambito scopo[4].

Ed anzi, ricordo che, qualora portammo - a livello sindacale - l'annoso problema del tardivo pagamento degli stipendi sul tavolo della Presidenza della Corte di Appello, l'allora Presidente ci liquidò con un sarcastico: "Se ne avessi la possibilità ve li darei io i soldi!!" Eppure stavamo parlando dello stipendio mensile, necessario sostegno di molte famiglie; anche se io, giovandomi ancora della presenza della mia famiglia, avvertivo solo a livello marginale del problema.
E la situazione non cambiò nemmeno quando ci organizzammo a livello nazionale con sedi
[5] che avevano analoghi problemi.
Non fu detto a chiare lettere, ma ci fu fatto capire di essere una categoria, un settore comunque, da sottoscala.
Ma quello del pagamento dello stipendio, pur nella sua impietosa crudezza, non era il solo, il più grande dei problemi; perché, a livello abitativo di quei locali, ci aspettava persino l'amianto che fece registrare al nostro personale persino morti specifiche per cancro ai polmoni.
Ed infatti, la "bestiale" situazione dei portici di Castelcapuano finì; ma i aspettavano tempi peggiori.
Il Comune di Napoli mise a disposizione alcuni locali nell'ospedale S.M. della Pace a via Tribunali, 227; e, dal 10 Ottobre del 1980, fu quella la nuova sede, quasi un Eden, del nostro Ufficio.

Fu vera Gloria?

Certamente no!! Perché quel sogno di evidente durò poco; ma lungo fu il periodo della sua durata.
Il terremoto del 23 Novembre del 1980 mise in forse la stabilità dell'Ospedale di via Tribunali e, da quel giorno, iniziarono problemi che - pare - non siano ancora finiti; perché rimanemmo in quei locali per ben 16 anni e le sorprese non finiscono qui.
Nei giorni successivi all'evento sismico, l'ufficio fu trasferito al Salone dei Busti di Castelcapuano; ma quel locale serviva anche ad altri scopi, tra cui la imminente inaugurazione dell'anno giudiziario del 1981 e quindi doveva essere presto liberato.
Nonostante i lavori in corso nella sede di Via Tribunali, fummo rimandati lì a lavorare in un quasi cantiere mentre i muratori perforavano le pareti per iniettarvi poi le cosiddette siringhe di cemento armato.
Si alternavano nel corridoio le scrivanie dei colleghi le cui stanze erano sottoposte a questo tipo di lavorazione; mentre è ovviamente comprensibile cosa poteva essere una giornata di lavoro trascorsa in questo modo, tra polvere e timbri.
Interrogato sul punto l'ispettorato del lavoro, questo ufficio nulla eccepì contro una situazione a dir poco assurda.
Nell'arco dei sedici anni di permanenza in quei locali, si registravano, tra il personale in servizio morti specifiche per cancro ai polmoni; ma, se nessuno ci diceva niente, se la disinformazione regnava sovrana, si ascrivevano questi lutti a ben altre ragioni (fumo, inquinamento ecc.).
L'unico indizio, peraltro nemmeno tecnicamente dimostrato e dimostrabile, era la presenza di uno strano giallore nei pannelli della controsoffittatura in alcune stanze; anche se poi si è capito che quel giallore era dovuto alla trasudazione della lana di vetro
[6] posta come isolante termico sotto ai pannelli; ma l'amianto non era ancora ritenuto una sostanza altamente cancerogena.
E' di quei giorni la strana "visita" di qualche colletto bianco nei locali dell'Ufficio; perché, nonostante tutto, quei locali erano ambiti.
Ed infatti, a distanza di qualche annetto, nel Maggio del 1996, l'unep fu trasferito nei locali dell'ex ufficio igiene e profilassi a porta capuana e quei locali furono presto occupati dall'Ufficio del Giudice di Pace.
Ma questo fatto fece scoprire l'arcano !!!!
Questo Ufficio restò inspiegabilmente pochissimo tempo in quei locali di Via Tribunali; ma l'amicizia di qualche persona d.o.c. fece giungere anche sulla rotta e sgangherata scrivania del sottoscritto gli esiti del monitoraggio fatto in molti di quei locali.
In essi era ed è presente amianto con una concentrazione compresa dal 21 al 23%.
Ecco il perché della "fuga" dei Giudici di Pace; anche se resta inspiegabile il perché della nostra permanenza.

Esiste forse un maggiore o minore diritto alla vita?

Nel Maggio del 1996 fummo trasferiti in un altro Eden, quello appena ricordato dei dell'ex ufficio igiene e profilassi a porta capuana; e, già prima di entrarvici, venimmo a conoscenza di particolari lavori di isolamento dell'amianto presente nel precedente linoleum che ne rivestiva i pavimenti in tutti i locali.
Fummo, però, rassicurati da un Magistrato (tecnico del diritto sì, ma non certo dell'edilizia) posto a capo dell'ufficio speciale, della certosina esecuzione dei lavori e della consequenziale salubrità dei locali in questione.
Prendemmo possesso ivi; ma i locali erano tutt'altro che salubri e sicuri.
Ed infatti erano lì presenti scale rotte; fili di corrente scoperti; maniglie ed infissi rotti; bagni inagibili; voli di colombi, che si infiltravano dal tetto, nelle stanze ecc.
Se quanto detto trova riscontro in perizie che io custodisco gelosamente e che comunque posso in ogni caso mostrare in visione o pur sempre produrre in fotocopia a chi ne facesse richiesta, c'è da dire che il crescendo rossiniano di problemi strutturali in quello stabile ebbe il suo epilogo persino nel crollo della intera controsoffittatura nella stanza 305, il giorno 27 Novembre 2002; cosa che, solo per una fortuita combinazione, riuscì a salvare chi in essa lavorava.
Il polverone alzato da un evento del genere fu ovviamente grande; ma, dopo circa due mesi in cui l'intero Ufficio si pose, sempre all'interno del Salone dei Busti, a disposizione del Presidente della Corte i Appello che non riusciva, suo malgrado, a trovarci una adeguata sistemazione, dal Gennaio 2003 ci ritroviamo ancora nell'amianto di via Tribunali, dove ancora i problemi
[7] strutturali certamente non mancano.
Al momento, in ragione del sempre imminente e mai realizzabile trasferimento nei locali del NPG al centro direzionale di Napoli, si è portati logisticamente a procrastinare qualsiasi intervento; ma quei locali di via Tribunali diventano sempre più fatiscenti ed invivibili e né si sa quando potranno essere definitivamente lasciati.
Giova a tal punto ricordare che se Atene piange Sparta non ride; in altre parole, anche i locali assegnati all'Unep nel nuovo palazzo di Giustizia comunque non brillano per salubrità e vivibilità umana e civile.
Insomma, si è trattato da sempre di una categoria, di un settore da sottoscale o di serie "c" ; come tale è stato sempre trattato nel tempo e come tale sarà sempre in tal modo trattato.
Altro che diritti dell'uomo o del lavoratore; altro che morti bianche, qui si può solo concludere alla maniera di Pier delle Vigne che

Uomini fummo ed or sim fatti sterpi

Nessun risarcimento alle famiglie per i lutti subiti; nessun risarcimento per chi è ancora in servizio e corre ancora rischi per la sua incolumità.
Eppure siamo personale statale, dello Stato italiano, alle dipendenze del Ministero della Giustizia.

Grazie
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[1] Leggi Ufficiale Giudiziario Preposto.
[2] A dire il vero,più sussidio che stipendio.
[3] Presso gli uffici dell'intendenza di finanza di via Medina a Napoli.
[4] Ragione: sottraevo in tal modo ore di lavoro utili all'ufficio.
[5] Roma e Milano, sedi che, con Napoli sono le più grandi d'Italia.
[6] Notoriamente composta di amianto.
[7] Tra cui bagni e locali inagibili, non appena cadono quattro gocce dal cielo; ascensori spesso guasti ed inaccessibili a gravi portatori di handicap in ragione delle strettissime porte di accesso che ne impediscono l'accesso ad una carrozzetta ecc.

venerdì 2 maggio 2008

CONTRO UNA SOCIETA' APERTA

Dal mio Libro: "Scusate ma la penso così"

Meglio essere un Socrate tormentato che un maiale rimpinzato di soli ozi e voluttà !!

Se ne convinsero i greci, ma ai nostri giorni questa affermazione è più che mai attuale anche se è logisticamente più comodo oziare e deresponsabilizzarsi, anziché impegnarsi in una vita attiva che - di per se sola - foriera di benessere personale e sociale, è l'unica cosa capace di renderci davvero liberi.
Sono tanti i fattori che suggeriscono l'attivismo; ma ne sono altrettanti quelli che remano contro il progresso personale e, perciò, contro una società aperta.
Tutti passerò qui in rassegna per poi trarne le dovute conclusioni
Al giorno d'oggi non si parla d'altro che di "aperture" sotto l'aspetto sociologico, nel senso più ampio del termine; apertura verso tutto ciò che riteniamo essere diverso da noi o dalla nostra realtà; apertura verso chi crediamo essere più sfortunato di noi, ecc.
Ma, per il più delle volte, a questa che per noi è diventata una vera e propria "dottrina" non segue un'azione proporzionata, forse perché abbiamo paura del nuovo o forse perché vogliamo mostrarci coerenti o rispettosi verso la tradizione o chissà cos'altro; anche se non è da escludersi il concorso di altri fattori, comunque determinanti, che tendono a chiudere anziché ad aprire la nostra società.
Certo è che questo inspiegabile "contrasto" affonda le sue origini nella notte dei tempi; perché fu proprio Socrate il primo a pagare personalmente per il rinnovamento proprio delle sue tesi; e Platone, per parte sua, a propugnare forme di chiusura sociale; mentre, da Platone a Marx quasi tutte le grandi filosofie politiche hanno sempre mostrato una certa riluttanza verso qualsiasi forma di società aperta
[1]; fino a propugnare, persino al giorno d'oggi, il quasi ritorno ad una nuova forma di medioevo, sia pure in chiave socialdemocratica.
Il disagio della civiltà, per mutuare Freud, a tal punto consiste, d'altra parte, nel fatto che sono, ancor oggi, davvero poche le persone che realmente desiderano di essere libere.
Perché essere liberi, nell'accezione che qui voglio dare a questa espressione, significa libertà nel potere e nel sapere operare delle scelte, anche difficili, anche importanti, purché nella piena ma serena consapevolezza della stessa valutazione operata; perché non tutti hanno il coraggio di assumersi la piena responsabilità dell'aver fatto, del fare o del non fare qualcosa.
Ed è proprio per questa ragione che il dover prendere una qualche decisione di notevole valore non è cosa gradita ai più; essendo questo un affare che a cuor leggero siamo tutti portati ad affidare ad altri; pur sapendo di dover pagare - prima o poi - un conto salato per la nostra sicurezza, anche in termini di privazione della nostra stessa libertà di agire.
Come infatti ci ricorda il Professor Popper, noi siamo disposti a pagare il prezzo ella nostra sicurezza con la libertà; preferendo più essere schiavi spensierati anziché liberi nell'agire, ma gravati di mille responsabilità.
Un valido esempio di questo concetto ci può venire dal mondo del lavoro.
In questo ambito, infatti, sono in molti quelli che preferiscono tranquillamente i dictat del loro datore di lavoro al peso di gravi ed allarmanti responsabilità che deriverebbero dal fatto stesso di ricoprire incarichi di maggior rilievo.
Subordinati sì, ma solo in tal modo si possono liberare dall'incombenza e dalla "paura" di dover prendere decisioni, più o meno importanti che siano.
Da Platone ad oggi sono stati molti gli uomini d'intelletto contrari a forme di società aperta e perciò sostenitori di forme di società chiuse, pre-critiche o tribali; per il solo fatto di vedere in esse la analoga sicurezza che il feto trova nel grembo materno o l'innocenza di forme di pura utopia.
Perché tanto le idee utopistiche quanto quelle reazionarie vanno tutte verso un'unica direzione: entrambi tendono alla violenza ed alla staticità.
Entrambi rifiutano fermamente lo stato della società in cui esse stesse vengono formulate, in prospettiva di un mondo migliore, anche se pur sempre impossibile da realizzare, come vedremo.
Perché chi mira a costruire una società perfetta, una volta raggiunto il suo ambito scopo, avrà tutto l'interesse a garantire una certa durata nel tempo ai suoi immani sforzi; si preoccuperà, quindi, di accreditare ad essi i caratteri della più pura immutabilità.
Un comportamento analogo a quello appena descritto avrà l'utopista convinto che la società in cui vive stia andando di male in peggio; suo scopo precipuo sarà quello di arrestare tutti i possibili processi di trasformazione per porre fine a quell'irreversibile avanzamento del peggio; anche se, nel fare ciò, si muove inconsapevolmente verso una società immutabile e quindi statica.
Ma c'è di più: entrambi le forme tendono al totalitarismo! E ciò perché, se muovendo da idee reazionarie, si arriva inevitabilmente ad imporre rigidi schemi (o piste) comportamentali allo scopo di raggiungere la perfezione; partendo da idee utopistiche si tende ad avere un analogo comportamento allo scopo di eludere il peggio che avanza.
D'altra parte, se ciò è vero, è altrettanto innegabile che sistemi come il Comunismo ed il Nazismo si siano comunque inspirati a buoni propositi ed a sani principi, pur avendo storicamente fallito; ma la cosa ancora più strana è che autrici di questo irreversibile fallimento sono state pur sempre delle grandi menti e giammai degli sciocchi privi di intelligenza ed immaginazione, piuttosto riluttanti verso forme di mutamento positivo o negativo che sia.
Popper, a tal proposito, attacca Platone quando propone forme di società chiuse, in quel suo propugnare un "consorzio di individui liberi che si rispettino vicendevolmente"; cosa che poi altro non è che una forma di società aperta.
Popper, altresì, mira a demolire il determinismo scientifico del marxismo, secondo cui noi non abbiamo alcun potere nel determinare il corso della storia; e si pone a favore di tesi utopistiche e possibiliste che invece ci riconoscono la possibilità, appunto, di gestire al meglio il nostro futuro
[2] e costruire, in tal modo, forme di società perfette, quindi, aperte ed oggettivamente preferibili a forme di chiusura sociale.
Se però di impossibilità deve parlarsi si può fare solo relativamente alla nostra incapacità di prevedere il futuro e, quindi, di pianificarlo con metodi scientifici; ed è questa un'altra valida ragione, secondo Popper, per confutare la matematizzazione sociale messa a punto da Marx.
Chi pianifica i pianificatori? Si domanda Popper!
E questa tesi è suffragata persino da Schopenhauer; il quale, per parte sua, è fermamente convinto della inutilità di fare progetti a lungo termine; perché le lunghe escursioni temporali finiscono inesorabilmente col neutralizzare tutti i nostri buoni propositi dei primi momenti.
Esse [escursioni] interpongono al nostro cammino inevitabili mutamenti di esigenze e condizioni che gioco forza tendono a neutralizzare, depauperandolo di ogni valenza, ogni nostro quiritario interesse verso la cosa che ab initio tanto avevamo a cuore.
Caratteristica peculiare di progetti a lungo termine viene ad essere, quindi, l'inesorabile fallimento dello stesso; ma non di meno lo è il contenuto informativo dello stesso progetto o persino informazione.
Se dico, ad esempio, "pioverà" sono certo che prima o poi in qualche parte del mondo accadrà questo evento; avrò, quindi, la certezza di non essere mai portato a confutare questa mia affermazione;
Se, per contro, affermo che pioverà a Londra il 15 Aprile di ogni anno alle ore 16.30, sicuramente sarò chiamato a rivedere ciò che ho detto; perché non è sicuro che ciò accadrà nei tempi e nei modi da me specificati.
Perché è consigliabile tenere al più basso livello possibile il contenuto informativo di un'affermazione, per non correre il rischio di essere - in un secondo momento - sicuramente smentiti.
E' d'altra parte giusto considerare pura follia la pretesa di far nascere una società ideale dal caos; perché chi vive nel caos non può modificarlo senza esserne influenzato anche nei mutamenti che intende apportare ad esso; perché ciascuno di noi, in quell'essere figlio del proprio tempo, non può stravolgere la struttura sociale in cui vive senza travolgere inesorabilmente se stesso ed il proprio mondo.
Mentre, d'altronde, appare moralmente ingiusto sacrificare une generazione di persone (visto che tutti gli uomini sono uguali tra loro) allo scopo di creare una società migliore a vantaggio di quelle future, si deve ammettere che la giustezza e la validità delle idee di oggi saranno inevitabilmente confutate domani
[3].
Giova qui ricollegare i punti salienti della questione per non perdere il filo del discorso ed avviarmi a concludere questa chiacchierata, perché:
•· Se da una parte è improduttivo avere paura di prendere decisioni e di affidare simile incombenza ad altri che comunque in qualche modo ci condizionano; d'altra parte, tanto il rincorrere una forma di società perfetta quanto il voler arginare il peggio che avanza portano alla staticità ed all'immobilismo sociale e quindi al regresso, al totalitarismo, a forme di società chiuse e tribali;
•· Se è folle pensare che si possa far nascere dal caos una società perfetta è altrettanto impensabile poter cambiare d'un colpo tutti i pezzi della nave su cui stiamo a bordo o facendo previsioni razionali, precise ed a lungo termine;
•· Se è impossibile cambiare il nostro mondo senza cambiare ad un tempo noi stessi, non è giusto sacrificare le generazioni di oggi per garantire un futuro migliore a quelle di domani, sempre che ciò fosse possibile realizzare (Cfr. nota 3° pag 5);
•· Se è impossibile pianificare il futuro a lungo termine, affermazioni troppo dettagliate rischiano l confutazione;
Sono, perciò, a tal punto da considerarsi nemici di forme i società aperte - oltreché della storia - tutti quelli che propugnano un ritorno al passato od a società statiche e tribali; mentre saranno da considerarsi loro amici tutti coloro che mostrano un certo interesse alla creazione di tempi migliori, senza peraltro avere la pretesa di volere infruttuosamente organizzare un poco pianificabile futuro.
Anziché pagare - non senza sforzo ed all'esorbitante prezzo della libertà - la nostra pace mentale, ci dovremmo maggiormente preoccupare di essere, e sempre con più profitto, meglio un Socrate tormentato che un maiale rimpinzato di soli ozio e voluttà; e quindi attivarci per favorire aperture e non già chiusure della società attuale ed, in previsione e sempre che entro certi limiti, anche di quelle future.

[1] Laddove per società aperta il Prof. Popper intende quel tipo di società capace di ridurre al minimo le sofferenze che possono essere evitate; che riduce al minimo gli svantaggi dell'infelicità, massimizzando, invece, il piacere di vivere. Scopo precipuo di questo tipo di società è dunque rendere massima la libertà di vivere degli individui che la compongono, in conformità con le loro stesse aspettative. Sarà a tal punto chiusa qualsiasi tipo di società che non corrisponde a questo tipo di postulati.
[2] Secondo l'ellenistico prima ed umanistico poi principio dell'homo faber.
[3] Si pensi, ad esempio, come gli uomini del medioevo avrebbero potuto mai pianificare la società dei nostri giorni, dalla droga ad internet, al tv-fonino ecc.

giovedì 1 maggio 2008

IL PIACERE NEL DUELLO TRA SORTE E VIRTU'

Dal mio Libro: "Scusate ma io la penso così"

Solitamente il titolo di un libro o di un capitolo ne riassume i contenuti; e mi rendo ben conto che non è questo il caso che - più degli altri - ha raggiunto lo scopo.
La tematica che mi accingo ad affrontare, al momento, può presentare i caratteri tipici di una teoria o di un pensiero filosofico; ma ben presto, illustre Lettore, si renderà conto che non è proprio così.
Per introdurre le mie argomentazioni prendo in prestito un esempio fatto da Seneca: il duello tra sorte e virtù.
Il filosofo stoico immagina un perenne duello tra la sorte e la virtù, che comunque si conclude sempre con un unico risultato: la indiscussa vittoria della sorte ai danni della sorte, sempre perdente.
Per Virtù è qui da intendersi qualcosa che ci appartiene tanto che nessun uomo al mondo, o nemmeno un avverso destino può toglierci, una volta concesso; per contro, è da considerarsi Sorte tutto ciò che la vita può tanto concederci quanto subdolamente revocarci, nel caso di evidenti abusi.
Sono, quindi, beni concessi dalla virtù l'intelligenza, la bellezza, il colore degli occhi o dei capelli ecc.; ed è comprensibile perché nessuno al mondo può privarci di queste doti che nemmeno la morte può toglierci, atteso che restano inevitabilmente nei ricordi dei posteri: passeranno secoli, millenni, ma si continuerà, infatti, a dire che Leopardi era gobbo, mentre Cleopatra era bellissima.
La sorte, invece, ci concede delle opportunità, delle occasioni che possiamo anche vederci sfuggire di mano. La sorte ci da la possibilità di dirigere un istituto di credito, di diventare Magistrato o di ricoprire altre cariche di prestigio; ma, nel caso di evidenti abusi, anche una simile opportunità ci può essere revocata.
L'esempio più significativo, sul punto è dato da un caso che Seneca, ai suoi giorni, non poteva neppure immaginare: il bancomat.
La banca - le banche - concedono a tutti i loro creditori l'utilizzo di questa tessera; ma, nel caso di eccessivi o smodati prelevamenti, l'istituto di credito blocca il tesserino, proibendoci in tal modo un futuro e comunque smodato utilizzo.
Analogamente fa la sorte con noi: ci da l'opportunità di realizzare qualche sogno che accarezziamo da tempo; ma, ove dovessimo abusarne, ci vedremmo inevitabilmente privare della opportunità conferitaci in precedenza. Di esempi del genere potrei farne a iosa; ma è comunque comprensibile come e perché tutto ciò accada.
E' ad ogni modo comprensibile perché nel perenne duello tra virtù e sorte quest'ultima registri solo sconfitte.
Data la natura subdola propria della sorte, ci dovremmo attivare - o comunque fare in modo - per non farci ricusare poi ciò che sulle prime essa ci è concesse; come raggiungere questo scopo? Ebbene, saranno la nostra intelligenza e la nostra furbizia a suggerirci il come, a seconda dei casi.
Altra circostanza che voglio qui mutuare da Seneca è data dal Piacere e dall'utilizzo che spesso se ne fa.
Il piacere, a dire di Seneca, ci spinge soltanto a condurre una vita smodata, molle e comunque insignificante, ovvero priva di tutti i vantaggi che, invece, ci provengono da ogni forma di fattivo attivismo; il piacere ci spinge verso una vita da ignavo; fa di ognuno di noi un piccolo Sardanapalo.
Il piacere è, in ogni modo, qualcosa da non evitare assolutamente; perché apporta pur sempre un qualche vantaggio alla nostra esistenza; che, se ne fosse totalmente priva, diventerebbe sterile, monotona o forse addirittura invivibile.
Il piacere, secondo Seneca, ma anche sulla base di una logica il più oggettiva possibile, deve svolgere - nella nostra vita - un ruolo aggettivale e non sostantivale; deve essere un complemento, anzi, il complemento della nostra esistenza in vita e non soltanto l'unica ragione per cui è giusto vivere; e crescendo, così, all'ombra di una vita attiva, esserne il suo completamento, ovvero, la pausa benevola che sappia far recuperare il benessere delle ottimali condizioni psico-fisiche al soggetto interessato.


Grazie