CONTRO UNA SOCIETA' APERTA
Dal mio Libro: "Scusate ma la penso così"
Meglio essere un Socrate tormentato che un maiale rimpinzato di soli ozi e voluttà !!
Se ne convinsero i greci, ma ai nostri giorni questa affermazione è più che mai attuale anche se è logisticamente più comodo oziare e deresponsabilizzarsi, anziché impegnarsi in una vita attiva che - di per se sola - foriera di benessere personale e sociale, è l'unica cosa capace di renderci davvero liberi.
Sono tanti i fattori che suggeriscono l'attivismo; ma ne sono altrettanti quelli che remano contro il progresso personale e, perciò, contro una società aperta.
Tutti passerò qui in rassegna per poi trarne le dovute conclusioni
Al giorno d'oggi non si parla d'altro che di "aperture" sotto l'aspetto sociologico, nel senso più ampio del termine; apertura verso tutto ciò che riteniamo essere diverso da noi o dalla nostra realtà; apertura verso chi crediamo essere più sfortunato di noi, ecc.
Ma, per il più delle volte, a questa che per noi è diventata una vera e propria "dottrina" non segue un'azione proporzionata, forse perché abbiamo paura del nuovo o forse perché vogliamo mostrarci coerenti o rispettosi verso la tradizione o chissà cos'altro; anche se non è da escludersi il concorso di altri fattori, comunque determinanti, che tendono a chiudere anziché ad aprire la nostra società.
Certo è che questo inspiegabile "contrasto" affonda le sue origini nella notte dei tempi; perché fu proprio Socrate il primo a pagare personalmente per il rinnovamento proprio delle sue tesi; e Platone, per parte sua, a propugnare forme di chiusura sociale; mentre, da Platone a Marx quasi tutte le grandi filosofie politiche hanno sempre mostrato una certa riluttanza verso qualsiasi forma di società aperta[1]; fino a propugnare, persino al giorno d'oggi, il quasi ritorno ad una nuova forma di medioevo, sia pure in chiave socialdemocratica.
Il disagio della civiltà, per mutuare Freud, a tal punto consiste, d'altra parte, nel fatto che sono, ancor oggi, davvero poche le persone che realmente desiderano di essere libere.
Perché essere liberi, nell'accezione che qui voglio dare a questa espressione, significa libertà nel potere e nel sapere operare delle scelte, anche difficili, anche importanti, purché nella piena ma serena consapevolezza della stessa valutazione operata; perché non tutti hanno il coraggio di assumersi la piena responsabilità dell'aver fatto, del fare o del non fare qualcosa.
Ed è proprio per questa ragione che il dover prendere una qualche decisione di notevole valore non è cosa gradita ai più; essendo questo un affare che a cuor leggero siamo tutti portati ad affidare ad altri; pur sapendo di dover pagare - prima o poi - un conto salato per la nostra sicurezza, anche in termini di privazione della nostra stessa libertà di agire.
Come infatti ci ricorda il Professor Popper, noi siamo disposti a pagare il prezzo ella nostra sicurezza con la libertà; preferendo più essere schiavi spensierati anziché liberi nell'agire, ma gravati di mille responsabilità.
Un valido esempio di questo concetto ci può venire dal mondo del lavoro.
In questo ambito, infatti, sono in molti quelli che preferiscono tranquillamente i dictat del loro datore di lavoro al peso di gravi ed allarmanti responsabilità che deriverebbero dal fatto stesso di ricoprire incarichi di maggior rilievo.
Subordinati sì, ma solo in tal modo si possono liberare dall'incombenza e dalla "paura" di dover prendere decisioni, più o meno importanti che siano.
Da Platone ad oggi sono stati molti gli uomini d'intelletto contrari a forme di società aperta e perciò sostenitori di forme di società chiuse, pre-critiche o tribali; per il solo fatto di vedere in esse la analoga sicurezza che il feto trova nel grembo materno o l'innocenza di forme di pura utopia.
Perché tanto le idee utopistiche quanto quelle reazionarie vanno tutte verso un'unica direzione: entrambi tendono alla violenza ed alla staticità.
Entrambi rifiutano fermamente lo stato della società in cui esse stesse vengono formulate, in prospettiva di un mondo migliore, anche se pur sempre impossibile da realizzare, come vedremo.
Perché chi mira a costruire una società perfetta, una volta raggiunto il suo ambito scopo, avrà tutto l'interesse a garantire una certa durata nel tempo ai suoi immani sforzi; si preoccuperà, quindi, di accreditare ad essi i caratteri della più pura immutabilità.
Un comportamento analogo a quello appena descritto avrà l'utopista convinto che la società in cui vive stia andando di male in peggio; suo scopo precipuo sarà quello di arrestare tutti i possibili processi di trasformazione per porre fine a quell'irreversibile avanzamento del peggio; anche se, nel fare ciò, si muove inconsapevolmente verso una società immutabile e quindi statica.
Ma c'è di più: entrambi le forme tendono al totalitarismo! E ciò perché, se muovendo da idee reazionarie, si arriva inevitabilmente ad imporre rigidi schemi (o piste) comportamentali allo scopo di raggiungere la perfezione; partendo da idee utopistiche si tende ad avere un analogo comportamento allo scopo di eludere il peggio che avanza.
D'altra parte, se ciò è vero, è altrettanto innegabile che sistemi come il Comunismo ed il Nazismo si siano comunque inspirati a buoni propositi ed a sani principi, pur avendo storicamente fallito; ma la cosa ancora più strana è che autrici di questo irreversibile fallimento sono state pur sempre delle grandi menti e giammai degli sciocchi privi di intelligenza ed immaginazione, piuttosto riluttanti verso forme di mutamento positivo o negativo che sia.
Popper, a tal proposito, attacca Platone quando propone forme di società chiuse, in quel suo propugnare un "consorzio di individui liberi che si rispettino vicendevolmente"; cosa che poi altro non è che una forma di società aperta.
Popper, altresì, mira a demolire il determinismo scientifico del marxismo, secondo cui noi non abbiamo alcun potere nel determinare il corso della storia; e si pone a favore di tesi utopistiche e possibiliste che invece ci riconoscono la possibilità, appunto, di gestire al meglio il nostro futuro[2] e costruire, in tal modo, forme di società perfette, quindi, aperte ed oggettivamente preferibili a forme di chiusura sociale.
Se però di impossibilità deve parlarsi si può fare solo relativamente alla nostra incapacità di prevedere il futuro e, quindi, di pianificarlo con metodi scientifici; ed è questa un'altra valida ragione, secondo Popper, per confutare la matematizzazione sociale messa a punto da Marx.
Chi pianifica i pianificatori? Si domanda Popper!
E questa tesi è suffragata persino da Schopenhauer; il quale, per parte sua, è fermamente convinto della inutilità di fare progetti a lungo termine; perché le lunghe escursioni temporali finiscono inesorabilmente col neutralizzare tutti i nostri buoni propositi dei primi momenti.
Esse [escursioni] interpongono al nostro cammino inevitabili mutamenti di esigenze e condizioni che gioco forza tendono a neutralizzare, depauperandolo di ogni valenza, ogni nostro quiritario interesse verso la cosa che ab initio tanto avevamo a cuore.
Caratteristica peculiare di progetti a lungo termine viene ad essere, quindi, l'inesorabile fallimento dello stesso; ma non di meno lo è il contenuto informativo dello stesso progetto o persino informazione.
Se dico, ad esempio, "pioverà" sono certo che prima o poi in qualche parte del mondo accadrà questo evento; avrò, quindi, la certezza di non essere mai portato a confutare questa mia affermazione;
Se, per contro, affermo che pioverà a Londra il 15 Aprile di ogni anno alle ore 16.30, sicuramente sarò chiamato a rivedere ciò che ho detto; perché non è sicuro che ciò accadrà nei tempi e nei modi da me specificati.
Perché è consigliabile tenere al più basso livello possibile il contenuto informativo di un'affermazione, per non correre il rischio di essere - in un secondo momento - sicuramente smentiti.
E' d'altra parte giusto considerare pura follia la pretesa di far nascere una società ideale dal caos; perché chi vive nel caos non può modificarlo senza esserne influenzato anche nei mutamenti che intende apportare ad esso; perché ciascuno di noi, in quell'essere figlio del proprio tempo, non può stravolgere la struttura sociale in cui vive senza travolgere inesorabilmente se stesso ed il proprio mondo.
Mentre, d'altronde, appare moralmente ingiusto sacrificare une generazione di persone (visto che tutti gli uomini sono uguali tra loro) allo scopo di creare una società migliore a vantaggio di quelle future, si deve ammettere che la giustezza e la validità delle idee di oggi saranno inevitabilmente confutate domani[3].
Giova qui ricollegare i punti salienti della questione per non perdere il filo del discorso ed avviarmi a concludere questa chiacchierata, perché:
•· Se da una parte è improduttivo avere paura di prendere decisioni e di affidare simile incombenza ad altri che comunque in qualche modo ci condizionano; d'altra parte, tanto il rincorrere una forma di società perfetta quanto il voler arginare il peggio che avanza portano alla staticità ed all'immobilismo sociale e quindi al regresso, al totalitarismo, a forme di società chiuse e tribali;
•· Se è folle pensare che si possa far nascere dal caos una società perfetta è altrettanto impensabile poter cambiare d'un colpo tutti i pezzi della nave su cui stiamo a bordo o facendo previsioni razionali, precise ed a lungo termine;
•· Se è impossibile cambiare il nostro mondo senza cambiare ad un tempo noi stessi, non è giusto sacrificare le generazioni di oggi per garantire un futuro migliore a quelle di domani, sempre che ciò fosse possibile realizzare (Cfr. nota 3° pag 5);
•· Se è impossibile pianificare il futuro a lungo termine, affermazioni troppo dettagliate rischiano l confutazione;
Sono, perciò, a tal punto da considerarsi nemici di forme i società aperte - oltreché della storia - tutti quelli che propugnano un ritorno al passato od a società statiche e tribali; mentre saranno da considerarsi loro amici tutti coloro che mostrano un certo interesse alla creazione di tempi migliori, senza peraltro avere la pretesa di volere infruttuosamente organizzare un poco pianificabile futuro.
Anziché pagare - non senza sforzo ed all'esorbitante prezzo della libertà - la nostra pace mentale, ci dovremmo maggiormente preoccupare di essere, e sempre con più profitto, meglio un Socrate tormentato che un maiale rimpinzato di soli ozio e voluttà; e quindi attivarci per favorire aperture e non già chiusure della società attuale ed, in previsione e sempre che entro certi limiti, anche di quelle future.
[1] Laddove per società aperta il Prof. Popper intende quel tipo di società capace di ridurre al minimo le sofferenze che possono essere evitate; che riduce al minimo gli svantaggi dell'infelicità, massimizzando, invece, il piacere di vivere. Scopo precipuo di questo tipo di società è dunque rendere massima la libertà di vivere degli individui che la compongono, in conformità con le loro stesse aspettative. Sarà a tal punto chiusa qualsiasi tipo di società che non corrisponde a questo tipo di postulati.
[2] Secondo l'ellenistico prima ed umanistico poi principio dell'homo faber.
[3] Si pensi, ad esempio, come gli uomini del medioevo avrebbero potuto mai pianificare la società dei nostri giorni, dalla droga ad internet, al tv-fonino ecc.
Sono tanti i fattori che suggeriscono l'attivismo; ma ne sono altrettanti quelli che remano contro il progresso personale e, perciò, contro una società aperta.
Tutti passerò qui in rassegna per poi trarne le dovute conclusioni
Al giorno d'oggi non si parla d'altro che di "aperture" sotto l'aspetto sociologico, nel senso più ampio del termine; apertura verso tutto ciò che riteniamo essere diverso da noi o dalla nostra realtà; apertura verso chi crediamo essere più sfortunato di noi, ecc.
Ma, per il più delle volte, a questa che per noi è diventata una vera e propria "dottrina" non segue un'azione proporzionata, forse perché abbiamo paura del nuovo o forse perché vogliamo mostrarci coerenti o rispettosi verso la tradizione o chissà cos'altro; anche se non è da escludersi il concorso di altri fattori, comunque determinanti, che tendono a chiudere anziché ad aprire la nostra società.
Certo è che questo inspiegabile "contrasto" affonda le sue origini nella notte dei tempi; perché fu proprio Socrate il primo a pagare personalmente per il rinnovamento proprio delle sue tesi; e Platone, per parte sua, a propugnare forme di chiusura sociale; mentre, da Platone a Marx quasi tutte le grandi filosofie politiche hanno sempre mostrato una certa riluttanza verso qualsiasi forma di società aperta[1]; fino a propugnare, persino al giorno d'oggi, il quasi ritorno ad una nuova forma di medioevo, sia pure in chiave socialdemocratica.
Il disagio della civiltà, per mutuare Freud, a tal punto consiste, d'altra parte, nel fatto che sono, ancor oggi, davvero poche le persone che realmente desiderano di essere libere.
Perché essere liberi, nell'accezione che qui voglio dare a questa espressione, significa libertà nel potere e nel sapere operare delle scelte, anche difficili, anche importanti, purché nella piena ma serena consapevolezza della stessa valutazione operata; perché non tutti hanno il coraggio di assumersi la piena responsabilità dell'aver fatto, del fare o del non fare qualcosa.
Ed è proprio per questa ragione che il dover prendere una qualche decisione di notevole valore non è cosa gradita ai più; essendo questo un affare che a cuor leggero siamo tutti portati ad affidare ad altri; pur sapendo di dover pagare - prima o poi - un conto salato per la nostra sicurezza, anche in termini di privazione della nostra stessa libertà di agire.
Come infatti ci ricorda il Professor Popper, noi siamo disposti a pagare il prezzo ella nostra sicurezza con la libertà; preferendo più essere schiavi spensierati anziché liberi nell'agire, ma gravati di mille responsabilità.
Un valido esempio di questo concetto ci può venire dal mondo del lavoro.
In questo ambito, infatti, sono in molti quelli che preferiscono tranquillamente i dictat del loro datore di lavoro al peso di gravi ed allarmanti responsabilità che deriverebbero dal fatto stesso di ricoprire incarichi di maggior rilievo.
Subordinati sì, ma solo in tal modo si possono liberare dall'incombenza e dalla "paura" di dover prendere decisioni, più o meno importanti che siano.
Da Platone ad oggi sono stati molti gli uomini d'intelletto contrari a forme di società aperta e perciò sostenitori di forme di società chiuse, pre-critiche o tribali; per il solo fatto di vedere in esse la analoga sicurezza che il feto trova nel grembo materno o l'innocenza di forme di pura utopia.
Perché tanto le idee utopistiche quanto quelle reazionarie vanno tutte verso un'unica direzione: entrambi tendono alla violenza ed alla staticità.
Entrambi rifiutano fermamente lo stato della società in cui esse stesse vengono formulate, in prospettiva di un mondo migliore, anche se pur sempre impossibile da realizzare, come vedremo.
Perché chi mira a costruire una società perfetta, una volta raggiunto il suo ambito scopo, avrà tutto l'interesse a garantire una certa durata nel tempo ai suoi immani sforzi; si preoccuperà, quindi, di accreditare ad essi i caratteri della più pura immutabilità.
Un comportamento analogo a quello appena descritto avrà l'utopista convinto che la società in cui vive stia andando di male in peggio; suo scopo precipuo sarà quello di arrestare tutti i possibili processi di trasformazione per porre fine a quell'irreversibile avanzamento del peggio; anche se, nel fare ciò, si muove inconsapevolmente verso una società immutabile e quindi statica.
Ma c'è di più: entrambi le forme tendono al totalitarismo! E ciò perché, se muovendo da idee reazionarie, si arriva inevitabilmente ad imporre rigidi schemi (o piste) comportamentali allo scopo di raggiungere la perfezione; partendo da idee utopistiche si tende ad avere un analogo comportamento allo scopo di eludere il peggio che avanza.
D'altra parte, se ciò è vero, è altrettanto innegabile che sistemi come il Comunismo ed il Nazismo si siano comunque inspirati a buoni propositi ed a sani principi, pur avendo storicamente fallito; ma la cosa ancora più strana è che autrici di questo irreversibile fallimento sono state pur sempre delle grandi menti e giammai degli sciocchi privi di intelligenza ed immaginazione, piuttosto riluttanti verso forme di mutamento positivo o negativo che sia.
Popper, a tal proposito, attacca Platone quando propone forme di società chiuse, in quel suo propugnare un "consorzio di individui liberi che si rispettino vicendevolmente"; cosa che poi altro non è che una forma di società aperta.
Popper, altresì, mira a demolire il determinismo scientifico del marxismo, secondo cui noi non abbiamo alcun potere nel determinare il corso della storia; e si pone a favore di tesi utopistiche e possibiliste che invece ci riconoscono la possibilità, appunto, di gestire al meglio il nostro futuro[2] e costruire, in tal modo, forme di società perfette, quindi, aperte ed oggettivamente preferibili a forme di chiusura sociale.
Se però di impossibilità deve parlarsi si può fare solo relativamente alla nostra incapacità di prevedere il futuro e, quindi, di pianificarlo con metodi scientifici; ed è questa un'altra valida ragione, secondo Popper, per confutare la matematizzazione sociale messa a punto da Marx.
Chi pianifica i pianificatori? Si domanda Popper!
E questa tesi è suffragata persino da Schopenhauer; il quale, per parte sua, è fermamente convinto della inutilità di fare progetti a lungo termine; perché le lunghe escursioni temporali finiscono inesorabilmente col neutralizzare tutti i nostri buoni propositi dei primi momenti.
Esse [escursioni] interpongono al nostro cammino inevitabili mutamenti di esigenze e condizioni che gioco forza tendono a neutralizzare, depauperandolo di ogni valenza, ogni nostro quiritario interesse verso la cosa che ab initio tanto avevamo a cuore.
Caratteristica peculiare di progetti a lungo termine viene ad essere, quindi, l'inesorabile fallimento dello stesso; ma non di meno lo è il contenuto informativo dello stesso progetto o persino informazione.
Se dico, ad esempio, "pioverà" sono certo che prima o poi in qualche parte del mondo accadrà questo evento; avrò, quindi, la certezza di non essere mai portato a confutare questa mia affermazione;
Se, per contro, affermo che pioverà a Londra il 15 Aprile di ogni anno alle ore 16.30, sicuramente sarò chiamato a rivedere ciò che ho detto; perché non è sicuro che ciò accadrà nei tempi e nei modi da me specificati.
Perché è consigliabile tenere al più basso livello possibile il contenuto informativo di un'affermazione, per non correre il rischio di essere - in un secondo momento - sicuramente smentiti.
E' d'altra parte giusto considerare pura follia la pretesa di far nascere una società ideale dal caos; perché chi vive nel caos non può modificarlo senza esserne influenzato anche nei mutamenti che intende apportare ad esso; perché ciascuno di noi, in quell'essere figlio del proprio tempo, non può stravolgere la struttura sociale in cui vive senza travolgere inesorabilmente se stesso ed il proprio mondo.
Mentre, d'altronde, appare moralmente ingiusto sacrificare une generazione di persone (visto che tutti gli uomini sono uguali tra loro) allo scopo di creare una società migliore a vantaggio di quelle future, si deve ammettere che la giustezza e la validità delle idee di oggi saranno inevitabilmente confutate domani[3].
Giova qui ricollegare i punti salienti della questione per non perdere il filo del discorso ed avviarmi a concludere questa chiacchierata, perché:
•· Se da una parte è improduttivo avere paura di prendere decisioni e di affidare simile incombenza ad altri che comunque in qualche modo ci condizionano; d'altra parte, tanto il rincorrere una forma di società perfetta quanto il voler arginare il peggio che avanza portano alla staticità ed all'immobilismo sociale e quindi al regresso, al totalitarismo, a forme di società chiuse e tribali;
•· Se è folle pensare che si possa far nascere dal caos una società perfetta è altrettanto impensabile poter cambiare d'un colpo tutti i pezzi della nave su cui stiamo a bordo o facendo previsioni razionali, precise ed a lungo termine;
•· Se è impossibile cambiare il nostro mondo senza cambiare ad un tempo noi stessi, non è giusto sacrificare le generazioni di oggi per garantire un futuro migliore a quelle di domani, sempre che ciò fosse possibile realizzare (Cfr. nota 3° pag 5);
•· Se è impossibile pianificare il futuro a lungo termine, affermazioni troppo dettagliate rischiano l confutazione;
Sono, perciò, a tal punto da considerarsi nemici di forme i società aperte - oltreché della storia - tutti quelli che propugnano un ritorno al passato od a società statiche e tribali; mentre saranno da considerarsi loro amici tutti coloro che mostrano un certo interesse alla creazione di tempi migliori, senza peraltro avere la pretesa di volere infruttuosamente organizzare un poco pianificabile futuro.
Anziché pagare - non senza sforzo ed all'esorbitante prezzo della libertà - la nostra pace mentale, ci dovremmo maggiormente preoccupare di essere, e sempre con più profitto, meglio un Socrate tormentato che un maiale rimpinzato di soli ozio e voluttà; e quindi attivarci per favorire aperture e non già chiusure della società attuale ed, in previsione e sempre che entro certi limiti, anche di quelle future.
[1] Laddove per società aperta il Prof. Popper intende quel tipo di società capace di ridurre al minimo le sofferenze che possono essere evitate; che riduce al minimo gli svantaggi dell'infelicità, massimizzando, invece, il piacere di vivere. Scopo precipuo di questo tipo di società è dunque rendere massima la libertà di vivere degli individui che la compongono, in conformità con le loro stesse aspettative. Sarà a tal punto chiusa qualsiasi tipo di società che non corrisponde a questo tipo di postulati.
[2] Secondo l'ellenistico prima ed umanistico poi principio dell'homo faber.
[3] Si pensi, ad esempio, come gli uomini del medioevo avrebbero potuto mai pianificare la società dei nostri giorni, dalla droga ad internet, al tv-fonino ecc.

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