LE MASSE TRA L'INFERNO ED IL PARADISO CITTADINO: IL NULLA
Dal Mio Libro: "Scusate ma la penso così"
Il Sociologo spagnolo Ortega & Gasset definisce la città come un misto di inferno e paradiso capace di “annullare il diritto ad una certa dose di silenzio” oltre che a promuovere “l’apoteosi del collettivo e la distruzione del privato”; mentre Freud, padre della moderna psicanalisi, ha studiato, fra l’altro, la psicologia delle masse ed analizzato l’io individuale.
Non è certo di Freud che qui intendo parlare anche perché non ne sarei certamente all’altezza; ma si licet exemplis in parvis grandi bus uti[1].
Voglio qui soltanto trarre spunto da insegnamenti del genere per esaminare, sia pure alla stregua delle mie modeste conoscenze, alcuni comportamenti dell’uomo, preso singolarmente ed all’interno di un contesto sociale.
E’ detta “massa”, quell’insieme informe di persone che, abbandonate le proprie attitudini, le proprie vocazioni ed interessi personali, entrano a far parte di un gruppo e si rispecchiano in esso; ed anzi sono felici solo e soltanto se riescono ad emulare, in ogni caso, gli altri membri del gruppo stesso per immedesimarsi poi in ciascuno di loro.
Può sembrare lapalissiana questa affermazione; ma ogni gruppo, per essere tale, deve essere composto necessariamente da un “capo[2]”, idoneo a decidere i comportamenti del gruppo stesso e dai membri che devono gioco forza adeguarsi ad essi [comportamenti] pena la esclusione dal gruppo stesso[3].
Le Bon, psicologo francese, sostiene, ad esempio, che,
per il solo fatto di essere parte di una massa, l’uomo discende molti gradini della scala della civilizzazione. Se quindi preso da solo esso era forse un uomo civile, nella massa diventa un istintivo e perciò un barbaro. Egli acquisisce dal gruppo la spontaneità, la violenza e la ferocia ma anche l’entusiasmo e l’erotismo degli esseri primitivi.[4]
Da uno studio condotto dal Prof. J. Rancière emerge che, al pari di un mytos platonico in cui i poveri[5] non rappresentano alcuna categoria sociale ben definita, ma un mero rapporto sociale con la non-verità, sono da considerarsi “poveri” tutti quelli che parlano da ciechi perché il fatto stesso di parlare è per loro un avvenimento. Sono tutti quelli che si ostinano a scrivere ed a parlare degli altri ed a raccontarsi. Perché l’ostinazione è il difetto frequente di chi fa tutto ciò che non ha motivo di fare.
I poveri, quindi, parlano stonato perché non hanno motivo di parlare.
I poveri, nell’accezione che qui stiamo dando al termine, rappresentano il rovescio del giusto oggetto di sapere, ovvero le masse.
La massa è composta da esseri viventi che parlano troppo, per il più delle volte a sproposito, cioè fuori luogo, fuori verità all’interno, cioè, di una zona grigia senza spazio né tempo. Si tratta di parole fuori luogo, quindi, per definizione insensate.
Nel sedicesimo capitolo del primo libro degli Annali, Tacito parlò di un avvenimento sovversivo – la rivolta delle regioni della Pannonia – sobillate, dopo la morte di Augusto, da un agitatore di folle a nome Percennio; il quale, per quello che socialmente e culturalmente era a dire del racconto di Tacito, avrebbe fatto molto meglio a stare zitto. Ma il Poeta ugualmente gli da voce e la sua parola riesce, comunque, a persuadere i presenti che lo ascoltano.
Le argomentazioni addotte da Percennio non sono né vere, né false; ma sono soltanto dette da una persona il legittimata a parlare; perché non è certamente compito di una persona del suo rango pensare ed esprimere il proprio pensiero. La parola dell’uomo del popolo è, per definizione, priva di senso, priva di profondità; e, pertanto, non può essere presa in alcuna seria considerazione, al di la di quello che eventualmente potrebbe apparire. Percennio parla senza parlare ed il grado zero della sua parola è incollocabile sia nel passato sia nel presente e né tampoco nel futuro; ed il suo discorso, nonostante sembri sensato, praticamente non lo è e risulta inconcludente nel rapporto tra significato e verità, ovvero tra il dire del fatto storico ed il dire che esse raccontano.
L’omogeneità apparente del discorso di Percennio contraddice persino la eterogeneità dei soggetti che riesce a mettere in scena; ovvero, il soggetto parlante – ovvero Percennio – riesce a contraddire, parlando, persino le sue stesse dichiarazioni.
Le masse hanno il loro idolo in Percennio; le masse parlano a vuoto perché, per loro, il solo fatto di formulare un pensiero, sia pure inconcluso ed inconcludente, è già una grande conquista, una forma di rivalsa sull’altro. Ogni avvenimento che riguarda gli esseri viventi può, anzi deve, essere collocato entro una dimensione spazio-temporale; ma la parola dell’uomo qualunque come Percennio non è comunque in grado di fare ciò; in quell’essere capace di conferire persino un significato diverso, se non diametralmente opposto, alla vera realtà dei fatti. Essa si colloca per forza di cose entro una terza dimensione rappresentata dal non-luogo.
Le masse sono formate da uomini qualunque, incolti, privi di modelli comportamentali che vivono di sé e per sé, felici nella loro ignoranza, secondo lo schema del Rousseau, all’interno di un segmento tutto loro, avulso dal restante mondo che li circonda; felici si, ma infelici ad un tempo stesso, perché relegati a guardare il fondo della caverna in cui sono mentalmente rinchiusi, senza possibilità di scampo, per dirla con Platone.
In una posizione diametralmente opposta alla inoperosità delle masse trovano posto le persone socialmente integrate, capaci di fare degli altrui problemi un loro problema; che si nutrono del tessuto sociale che li circonda.
Se è dunque vero che la virtù è conoscenza; se è vero che l’ignoranza ci relega mentalmente nel fondo di una caverna dalla quale è possibile uscire solo attraverso la cultura, le masse sono perenne ostaggio della inettitudine, nell’inferno ad essa circostante. Ben altra cosa è il paradiso che ci viene offerto dal sapere; anche se, alla luce delle sproporzionate dimensioni delle umane conoscenze, tutto che ci sarà possibile apprendere altro non possono essere – pur sempre – che un piccolo segmento del tutto.
Se anche Socrate, parlando di se stesso, fu costretto ad ammettere scio me nihil scire, pur essendo la persona più dotta dei suoi tempi è giusto che ognuno di noi abbia la giusta consapevolezza delle proprie umane limitazioni; ma è altrettanto necessaria la presenza di quella giusta dose di sapere che ci permetta di evitare la prigionia mentale che deriva dalla sua assenza.
Se esiste un inferno ed un paradiso mentale, individualistico e personalissimo che ci segue, come un’ombra, ovunque andiamo; esiste un altro inferno ed un altro paradiso che presentano una connotazione puramente olistica: la città che, a dire del già ricordato Ortega & Gasset , è un misto di inferno e paradiso.
Laddove per inferno è da intendersi lo smog, la delinquenza il traffico, insomma la invivibilità tipica di molte grandi città; ed il paradiso è invece dato dal grande numero di servizi disponibili persino sotto casa.
Grazie
[1] Giacomo Leopardi in una dedica ad Andrea Mustoxidi.
[2]Detto “leader d’opinione”.
[3] Si pensi ad esempio ad una persona che, pur dotata e rispettosa di sani principi morali, voglia entrare a far parte di una banda di criminali: o si adegua alla condotta di quel tipo di gruppo od inesorabilmente ne esce fuori. Tertius non datur.
[4] Op.Cit., p.19.
[5] Ovvero le masse.
Il Sociologo spagnolo Ortega & Gasset definisce la città come un misto di inferno e paradiso capace di “annullare il diritto ad una certa dose di silenzio” oltre che a promuovere “l’apoteosi del collettivo e la distruzione del privato”; mentre Freud, padre della moderna psicanalisi, ha studiato, fra l’altro, la psicologia delle masse ed analizzato l’io individuale.
Non è certo di Freud che qui intendo parlare anche perché non ne sarei certamente all’altezza; ma si licet exemplis in parvis grandi bus uti[1].
Voglio qui soltanto trarre spunto da insegnamenti del genere per esaminare, sia pure alla stregua delle mie modeste conoscenze, alcuni comportamenti dell’uomo, preso singolarmente ed all’interno di un contesto sociale.
E’ detta “massa”, quell’insieme informe di persone che, abbandonate le proprie attitudini, le proprie vocazioni ed interessi personali, entrano a far parte di un gruppo e si rispecchiano in esso; ed anzi sono felici solo e soltanto se riescono ad emulare, in ogni caso, gli altri membri del gruppo stesso per immedesimarsi poi in ciascuno di loro.
Può sembrare lapalissiana questa affermazione; ma ogni gruppo, per essere tale, deve essere composto necessariamente da un “capo[2]”, idoneo a decidere i comportamenti del gruppo stesso e dai membri che devono gioco forza adeguarsi ad essi [comportamenti] pena la esclusione dal gruppo stesso[3].
Le Bon, psicologo francese, sostiene, ad esempio, che,
per il solo fatto di essere parte di una massa, l’uomo discende molti gradini della scala della civilizzazione. Se quindi preso da solo esso era forse un uomo civile, nella massa diventa un istintivo e perciò un barbaro. Egli acquisisce dal gruppo la spontaneità, la violenza e la ferocia ma anche l’entusiasmo e l’erotismo degli esseri primitivi.[4]
Da uno studio condotto dal Prof. J. Rancière emerge che, al pari di un mytos platonico in cui i poveri[5] non rappresentano alcuna categoria sociale ben definita, ma un mero rapporto sociale con la non-verità, sono da considerarsi “poveri” tutti quelli che parlano da ciechi perché il fatto stesso di parlare è per loro un avvenimento. Sono tutti quelli che si ostinano a scrivere ed a parlare degli altri ed a raccontarsi. Perché l’ostinazione è il difetto frequente di chi fa tutto ciò che non ha motivo di fare.
I poveri, quindi, parlano stonato perché non hanno motivo di parlare.
I poveri, nell’accezione che qui stiamo dando al termine, rappresentano il rovescio del giusto oggetto di sapere, ovvero le masse.
La massa è composta da esseri viventi che parlano troppo, per il più delle volte a sproposito, cioè fuori luogo, fuori verità all’interno, cioè, di una zona grigia senza spazio né tempo. Si tratta di parole fuori luogo, quindi, per definizione insensate.
Nel sedicesimo capitolo del primo libro degli Annali, Tacito parlò di un avvenimento sovversivo – la rivolta delle regioni della Pannonia – sobillate, dopo la morte di Augusto, da un agitatore di folle a nome Percennio; il quale, per quello che socialmente e culturalmente era a dire del racconto di Tacito, avrebbe fatto molto meglio a stare zitto. Ma il Poeta ugualmente gli da voce e la sua parola riesce, comunque, a persuadere i presenti che lo ascoltano.
Le argomentazioni addotte da Percennio non sono né vere, né false; ma sono soltanto dette da una persona il legittimata a parlare; perché non è certamente compito di una persona del suo rango pensare ed esprimere il proprio pensiero. La parola dell’uomo del popolo è, per definizione, priva di senso, priva di profondità; e, pertanto, non può essere presa in alcuna seria considerazione, al di la di quello che eventualmente potrebbe apparire. Percennio parla senza parlare ed il grado zero della sua parola è incollocabile sia nel passato sia nel presente e né tampoco nel futuro; ed il suo discorso, nonostante sembri sensato, praticamente non lo è e risulta inconcludente nel rapporto tra significato e verità, ovvero tra il dire del fatto storico ed il dire che esse raccontano.
L’omogeneità apparente del discorso di Percennio contraddice persino la eterogeneità dei soggetti che riesce a mettere in scena; ovvero, il soggetto parlante – ovvero Percennio – riesce a contraddire, parlando, persino le sue stesse dichiarazioni.
Le masse hanno il loro idolo in Percennio; le masse parlano a vuoto perché, per loro, il solo fatto di formulare un pensiero, sia pure inconcluso ed inconcludente, è già una grande conquista, una forma di rivalsa sull’altro. Ogni avvenimento che riguarda gli esseri viventi può, anzi deve, essere collocato entro una dimensione spazio-temporale; ma la parola dell’uomo qualunque come Percennio non è comunque in grado di fare ciò; in quell’essere capace di conferire persino un significato diverso, se non diametralmente opposto, alla vera realtà dei fatti. Essa si colloca per forza di cose entro una terza dimensione rappresentata dal non-luogo.
Le masse sono formate da uomini qualunque, incolti, privi di modelli comportamentali che vivono di sé e per sé, felici nella loro ignoranza, secondo lo schema del Rousseau, all’interno di un segmento tutto loro, avulso dal restante mondo che li circonda; felici si, ma infelici ad un tempo stesso, perché relegati a guardare il fondo della caverna in cui sono mentalmente rinchiusi, senza possibilità di scampo, per dirla con Platone.
In una posizione diametralmente opposta alla inoperosità delle masse trovano posto le persone socialmente integrate, capaci di fare degli altrui problemi un loro problema; che si nutrono del tessuto sociale che li circonda.
Se è dunque vero che la virtù è conoscenza; se è vero che l’ignoranza ci relega mentalmente nel fondo di una caverna dalla quale è possibile uscire solo attraverso la cultura, le masse sono perenne ostaggio della inettitudine, nell’inferno ad essa circostante. Ben altra cosa è il paradiso che ci viene offerto dal sapere; anche se, alla luce delle sproporzionate dimensioni delle umane conoscenze, tutto che ci sarà possibile apprendere altro non possono essere – pur sempre – che un piccolo segmento del tutto.
Se anche Socrate, parlando di se stesso, fu costretto ad ammettere scio me nihil scire, pur essendo la persona più dotta dei suoi tempi è giusto che ognuno di noi abbia la giusta consapevolezza delle proprie umane limitazioni; ma è altrettanto necessaria la presenza di quella giusta dose di sapere che ci permetta di evitare la prigionia mentale che deriva dalla sua assenza.
Se esiste un inferno ed un paradiso mentale, individualistico e personalissimo che ci segue, come un’ombra, ovunque andiamo; esiste un altro inferno ed un altro paradiso che presentano una connotazione puramente olistica: la città che, a dire del già ricordato Ortega & Gasset , è un misto di inferno e paradiso.
Laddove per inferno è da intendersi lo smog, la delinquenza il traffico, insomma la invivibilità tipica di molte grandi città; ed il paradiso è invece dato dal grande numero di servizi disponibili persino sotto casa.
Grazie
[1] Giacomo Leopardi in una dedica ad Andrea Mustoxidi.
[2]Detto “leader d’opinione”.
[3] Si pensi ad esempio ad una persona che, pur dotata e rispettosa di sani principi morali, voglia entrare a far parte di una banda di criminali: o si adegua alla condotta di quel tipo di gruppo od inesorabilmente ne esce fuori. Tertius non datur.
[4] Op.Cit., p.19.
[5] Ovvero le masse.

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