IL CASTELLANO DELL'ANNO MILLE TRAPIANTATO NEGLI UFFICI NOTIFICHE DI OGGI
Dal mio libro "Io coadiutore dell'Ufficio Notifiche"
Il Medio Evo degli Unep nel Terzo Millennio
L’esistenza di ricchi e di poveri e la contestuale “contrapposizione” tra questi due ceti sociali affonda le sue radici nella notte dei tempi; ma questa naturale opposizione tra essi diventa “conflitto” se non proprio “frattura” se considerata in un ambiente di lavoro.
Se persino Aristotele, ai suoi tempi, considerò lo schiavo come uno strumento umano il cui valore è direttamente proporzionato a ciò che riesce a produrre per il suo padrone, negli avvenire la situazione non pare sia cambiata di molto; addirittura Cortes e Pizzarro, i ben noti conquistadores spagnoli dell’era moderna, a questa teoria si inspirarono per colonizzare e giustificare la schiavizzazione dei popoli conquistati.
Negli anni a venire la già umiliante condizione di res parlante dello schiavo divenne molto più offensiva ed insopportabile attraverso l’istituto del servaggio, che prevedeva, fra l’altro, anche una forma di schiavismo ancor più assurda ed insopportabile, detta servaggio personale, inevitabilmente protesa a ferire il malcapitato nella sua più vera, profonda ed umana dignità.
La natura conflittuale rapporto diretto sfruttatore / sfruttato entrò poi in una particolare dimensione con la cosiddetta Rivoluzione Industriale e nonostante l’abolizione del servaggio[1]: assunse i caratteri di una vera e propria conflittualità strutturale, come ci ricorda Karl Marx nello studiare ciò che poi divenne l’olismo strutturalistico.
Il padrone di un tempo divenne datore di lavoro e lo schiavo subalterno; mentre non si fecero certamente aspettare – ovviamente - le prime rivendicazioni e le prime lotte sindacali per vedere riconosciuti diritti di particolare rilevanza umana, sociale, personale e lavorativa ai cosiddetti prestatori d’opera.
E’ chiaro che ancor oggi c’è molta strada da fare in tal sensi; ed è altrettanto vero questo fatto non è per forza di cose da considerarsi negativo, perché le conquiste sociali sono sempre in crescendo e la pretesa di voler scrivere la parola “fine” a richieste del genere potrebbe equivalere alla fine del cammino della civiltà umana (il che è impossibile); ma la natura conflittuale del rapporto tra imprenditore ed operaio resta sempre immutata ed immutabile nel tempo, sempre uguale a se stessa; se quindi l’imprenditore si è fermato mentalmente alla appena ricordata tesi aristotelica, l’operaio, per parte sua, vede il suo stesso datore di lavoro come un perenne ed invincibile nemico da combattere per il solo fatto di negargli – o comunque di potergli pur sempre negare – qualche suo sacrosanto diritto.
Esiste ancor oggi qualche settore – anche nel pubblico impiego - in cui, nonostante e ferma restando la natura pubblicistica del rapporto di lavoro che lo tipizza, i preposti alla guida dei vari uffici pretendono ancora di poter assommare la tesi aristotelica alla più esasperata forma di servaggio, in una rinnovata figura del castellano dell’anno mille, tutto ad esclusivo danno delle categorie che ritengono essere inferiori a quella cui loro stessi appartengono.
Alle ortiche quindi tutte le conquiste sociali che pongono in una condizione di antigiuridicità simili atteggiamenti, gli immortali principi dell’89[2], la nostra vigente Carta Costituzionale del 1948, lo statuto dei lavoratori e tutta la normativa esistente sul punto, per questa gente esiste una sola religione: ego sum, tu NON es.
Da questa situazione prendono le mosse le più svariate forme di vessazione che, non senza una evidente prepotenza, non tengono conto nemmeno della normativa vigente sul mobbing, tendendo solo ad umiliare, sia pure, in una maniera larvata e sottile, tutto ciò che non è ascrivibile al “capo” od a lui dissimile.
Ma la cosa più assurda ed ancor più mortificante è che questi pseudo esseri umani hanno persino il coraggio di NEGARE i loro stessi comportamenti e di affermare a gran voce – erga omnes - la loro umana democraticità.
Vi è poi, in questa faccenda, un aspetto ancor più ridicolo, capace soltanto di conferire all’insieme una particolare connotazione carnevalesca: i capi, avvertendo la piena responsabilità del buon andamento del settore che dirigono, devono garantirne la sua piena funzionalità; e sarà quindi il raggiungimento di quel solo fine a giustificare – secondo loro - tutti i mezzi adottati.
Tutto quanto fin’ora detto è pienamente ascrivibile agli uffici notifiche del Ministero della Giustizia.
In questo settore esistono tre profili professionali – C1, B3 e B2; e sono i C1 ad avere un ruolo di burattinai a danno non tanto dei B3 quanto dei B2 che loro ritengo essere i loro burattini.
Questi Leviatani, come detto non perdono occasione per ribadire la superiorità che ritengono di possedere e di cui si fanno vanto; pur essendo maestri del nulla che basano la loro pseudo superiorità sul nulla.
Castellani[3] provenienti dall’alto Medio Evo, antistorici quindi oggi; ma redivivi nel terzo millennio, offerti o trapiantati negli uffici notifiche a remissione degli umani peccati dei poveri B2.
Ma anche questo stato di cose è pur sempre un evento umano; e sarà la sua stessa caduca natura a decretarne prima o poi la fine; basta solo averne il tempo e la pazienza.
A costoro intanto consiglio la lettura[4] di alcuni testi e trattati che sono all’origine della nostra civiltà.
Grazie
[1] Dichiarato illegale in tutte le sue forme da una ordinanza di Giuseppe II, nel 1781.
[2] Liberté, egalitè, fraternità, consequenziali alla Rivoluzione Francese del 1789.
[3] CASTELLANO: Figura pre-feudale che trova origine in quella più antica del Capo del villaggio ed il suo futuro nella ben più organizzata piramide feudale di qualche anno dopo (Feudatario Vassallo). Latifondista proprietario dei terreni, sui quali lavorano per lui gli schiavi della gleba.
Il Castellano vive nel suo castello (da cui deriva il nome) intorno al quale si distendono i suoi possedimenti. Dall'alto del suo maschio egli controlla l'intero paese, i suoi possedimenti ed i lavori che vi si svolgono. Egli deve gerarchicamente l'appoggio militare al suo signore e gli piace la guerra.
Volgendo il suo sguardo intorno al castello, il castellano controlla le terre coltivate dai contadini, anche se c'è una parte di essi [terreni] che è valorizzata direttamente da lui. Non, ovviamente, che vi ponga la sua mano per lavorarci, quella sua mano fatta soltanto per impugnare la spada e le redini del cavallo; ma solo perché sarà solo lui personalmente a riservarsi l'intero frutto dell'altrui lavoro sui campi che possiede, il cosiddetto mansus indominicatus. Il servo, per parte sua, è tenuto a sentirsi doverosa mente legato alla gleba[3] che coltiva pur non avendo alcun diritto su di essa. E poi, lo schiavo non ha diritto a lasciare, nemmeno per brevi periodi, il terreno assegnatogli, e né può contrarre matrimonio al di fuori del possedimento che coltiva. Lo schiavo non è padrone di se stesso; mentre il castellano, oltre ad essere il solo destinatario dell'intero prodotto del lavoro dei suoi comandati, ha inoltre lo specifico compito di poter riacciuffare - e punire come merita - il servo eventualmente in fuga o che si allontana - sia pure temporaneamente - dalle proprie incombenze. Gli schiavi, allo scopo di avere qualche sia pur minimo diritto, devono pagare al castellano la taglia che una volta era dovuta ai Re dai propri sudditi: la corvée. Il castellano può disprezzare come crede e sfruttare - impunito - i servi che pur sempre gli procacciano il benessere, perché resta sempre e solo lui l'unico padrone del tutto.
[4] Letture ad essi consigliate:
1. Magna charta di Giovanni senza terra (1221);
2. Bill of Rights consequenziale alla II Rivoluzione Inglese (1689);
3. Trattati internazionali sui diritti dell'uomo, ratificati dalla intera comunità internazionale;
Approfondire inoltre:
1. La Rivoluzione francese e le sue dirette conseguenze sullo status di essere umano (Immortali principi del 1789);
2. Ordinanza di Giuseppe II che, nel 1891, aboliva e rendeva illegale il Servaggio in ogni sua forma.
Se persino Aristotele, ai suoi tempi, considerò lo schiavo come uno strumento umano il cui valore è direttamente proporzionato a ciò che riesce a produrre per il suo padrone, negli avvenire la situazione non pare sia cambiata di molto; addirittura Cortes e Pizzarro, i ben noti conquistadores spagnoli dell’era moderna, a questa teoria si inspirarono per colonizzare e giustificare la schiavizzazione dei popoli conquistati.
Negli anni a venire la già umiliante condizione di res parlante dello schiavo divenne molto più offensiva ed insopportabile attraverso l’istituto del servaggio, che prevedeva, fra l’altro, anche una forma di schiavismo ancor più assurda ed insopportabile, detta servaggio personale, inevitabilmente protesa a ferire il malcapitato nella sua più vera, profonda ed umana dignità.
La natura conflittuale rapporto diretto sfruttatore / sfruttato entrò poi in una particolare dimensione con la cosiddetta Rivoluzione Industriale e nonostante l’abolizione del servaggio[1]: assunse i caratteri di una vera e propria conflittualità strutturale, come ci ricorda Karl Marx nello studiare ciò che poi divenne l’olismo strutturalistico.
Il padrone di un tempo divenne datore di lavoro e lo schiavo subalterno; mentre non si fecero certamente aspettare – ovviamente - le prime rivendicazioni e le prime lotte sindacali per vedere riconosciuti diritti di particolare rilevanza umana, sociale, personale e lavorativa ai cosiddetti prestatori d’opera.
E’ chiaro che ancor oggi c’è molta strada da fare in tal sensi; ed è altrettanto vero questo fatto non è per forza di cose da considerarsi negativo, perché le conquiste sociali sono sempre in crescendo e la pretesa di voler scrivere la parola “fine” a richieste del genere potrebbe equivalere alla fine del cammino della civiltà umana (il che è impossibile); ma la natura conflittuale del rapporto tra imprenditore ed operaio resta sempre immutata ed immutabile nel tempo, sempre uguale a se stessa; se quindi l’imprenditore si è fermato mentalmente alla appena ricordata tesi aristotelica, l’operaio, per parte sua, vede il suo stesso datore di lavoro come un perenne ed invincibile nemico da combattere per il solo fatto di negargli – o comunque di potergli pur sempre negare – qualche suo sacrosanto diritto.
Esiste ancor oggi qualche settore – anche nel pubblico impiego - in cui, nonostante e ferma restando la natura pubblicistica del rapporto di lavoro che lo tipizza, i preposti alla guida dei vari uffici pretendono ancora di poter assommare la tesi aristotelica alla più esasperata forma di servaggio, in una rinnovata figura del castellano dell’anno mille, tutto ad esclusivo danno delle categorie che ritengono essere inferiori a quella cui loro stessi appartengono.
Alle ortiche quindi tutte le conquiste sociali che pongono in una condizione di antigiuridicità simili atteggiamenti, gli immortali principi dell’89[2], la nostra vigente Carta Costituzionale del 1948, lo statuto dei lavoratori e tutta la normativa esistente sul punto, per questa gente esiste una sola religione: ego sum, tu NON es.
Da questa situazione prendono le mosse le più svariate forme di vessazione che, non senza una evidente prepotenza, non tengono conto nemmeno della normativa vigente sul mobbing, tendendo solo ad umiliare, sia pure, in una maniera larvata e sottile, tutto ciò che non è ascrivibile al “capo” od a lui dissimile.
Ma la cosa più assurda ed ancor più mortificante è che questi pseudo esseri umani hanno persino il coraggio di NEGARE i loro stessi comportamenti e di affermare a gran voce – erga omnes - la loro umana democraticità.
Vi è poi, in questa faccenda, un aspetto ancor più ridicolo, capace soltanto di conferire all’insieme una particolare connotazione carnevalesca: i capi, avvertendo la piena responsabilità del buon andamento del settore che dirigono, devono garantirne la sua piena funzionalità; e sarà quindi il raggiungimento di quel solo fine a giustificare – secondo loro - tutti i mezzi adottati.
Tutto quanto fin’ora detto è pienamente ascrivibile agli uffici notifiche del Ministero della Giustizia.
In questo settore esistono tre profili professionali – C1, B3 e B2; e sono i C1 ad avere un ruolo di burattinai a danno non tanto dei B3 quanto dei B2 che loro ritengo essere i loro burattini.
Questi Leviatani, come detto non perdono occasione per ribadire la superiorità che ritengono di possedere e di cui si fanno vanto; pur essendo maestri del nulla che basano la loro pseudo superiorità sul nulla.
Castellani[3] provenienti dall’alto Medio Evo, antistorici quindi oggi; ma redivivi nel terzo millennio, offerti o trapiantati negli uffici notifiche a remissione degli umani peccati dei poveri B2.
Ma anche questo stato di cose è pur sempre un evento umano; e sarà la sua stessa caduca natura a decretarne prima o poi la fine; basta solo averne il tempo e la pazienza.
A costoro intanto consiglio la lettura[4] di alcuni testi e trattati che sono all’origine della nostra civiltà.
Grazie
[1] Dichiarato illegale in tutte le sue forme da una ordinanza di Giuseppe II, nel 1781.
[2] Liberté, egalitè, fraternità, consequenziali alla Rivoluzione Francese del 1789.
[3] CASTELLANO: Figura pre-feudale che trova origine in quella più antica del Capo del villaggio ed il suo futuro nella ben più organizzata piramide feudale di qualche anno dopo (Feudatario Vassallo). Latifondista proprietario dei terreni, sui quali lavorano per lui gli schiavi della gleba.
Il Castellano vive nel suo castello (da cui deriva il nome) intorno al quale si distendono i suoi possedimenti. Dall'alto del suo maschio egli controlla l'intero paese, i suoi possedimenti ed i lavori che vi si svolgono. Egli deve gerarchicamente l'appoggio militare al suo signore e gli piace la guerra.
Volgendo il suo sguardo intorno al castello, il castellano controlla le terre coltivate dai contadini, anche se c'è una parte di essi [terreni] che è valorizzata direttamente da lui. Non, ovviamente, che vi ponga la sua mano per lavorarci, quella sua mano fatta soltanto per impugnare la spada e le redini del cavallo; ma solo perché sarà solo lui personalmente a riservarsi l'intero frutto dell'altrui lavoro sui campi che possiede, il cosiddetto mansus indominicatus. Il servo, per parte sua, è tenuto a sentirsi doverosa mente legato alla gleba[3] che coltiva pur non avendo alcun diritto su di essa. E poi, lo schiavo non ha diritto a lasciare, nemmeno per brevi periodi, il terreno assegnatogli, e né può contrarre matrimonio al di fuori del possedimento che coltiva. Lo schiavo non è padrone di se stesso; mentre il castellano, oltre ad essere il solo destinatario dell'intero prodotto del lavoro dei suoi comandati, ha inoltre lo specifico compito di poter riacciuffare - e punire come merita - il servo eventualmente in fuga o che si allontana - sia pure temporaneamente - dalle proprie incombenze. Gli schiavi, allo scopo di avere qualche sia pur minimo diritto, devono pagare al castellano la taglia che una volta era dovuta ai Re dai propri sudditi: la corvée. Il castellano può disprezzare come crede e sfruttare - impunito - i servi che pur sempre gli procacciano il benessere, perché resta sempre e solo lui l'unico padrone del tutto.
[4] Letture ad essi consigliate:
1. Magna charta di Giovanni senza terra (1221);
2. Bill of Rights consequenziale alla II Rivoluzione Inglese (1689);
3. Trattati internazionali sui diritti dell'uomo, ratificati dalla intera comunità internazionale;
Approfondire inoltre:
1. La Rivoluzione francese e le sue dirette conseguenze sullo status di essere umano (Immortali principi del 1789);
2. Ordinanza di Giuseppe II che, nel 1891, aboliva e rendeva illegale il Servaggio in ogni sua forma.

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